E l’eco dei deserti saloni pareva che ripetesse in tuon lamentevole come la voce della vecchia, Caino!... Caino!...
CAPITOLO VII. In cui si parla di ciò che si dice.
Enrico era rimasto solo signore della Casa della valle; ei vi stette assente per molto tempo e tra le mura del vasto edificio non s’udia in allora dai passanti che la monotona cantilena d’una canzone che di tratto in tratto vi vagava come un lamento, era la canzone della vecchia Marta.... la pazza della Casa della valle, che sola vi abitava, ed a cui consentiva quella dimora la voce generale che tale la chiamò pel tempo che vi visse chiusa sempre in sè stessa, muto il labbro ad ogni inchiesta, se pur fuvvi qualcuno che avesse osato interrogare la vecchia custode d’una casa fatta segno dalla superstizione dell’epoca alle più assurde e strane dicerie.
Il signore di quel luogo v’era tenuto quasi per un essere soprannaturale che avesse stretto chi sa qual patto colle potenze infernali che gli davan mano a compiere le sue faccende, a voce bassa il popolo lo chiamava il diavolo nero; il vecchio portone del palazzo schiudeva i suoi battenti per lasciarlo passare montato sopra un nero cavallo, alto di forme, robusto, indomato, che scalpitava caracollando e via fuggiva portandosi sulla groppa il giovane cavaliere che i passanti stavano paurosi a riguardare da lontano, parendo loro di vederlo ad ogni sbalzo rotolargli tra le zampe; ma nulla di questo accadeva, ed ei noncurante, reggendolo colla destra leggiermente, via passava come una visione che impauriva i fanciulli e le vecchie della città. Di notte allor che cupo sibilava il vento o scrosciava la pioggia, sentivasi dagli abitanti che queti dormivano, batter l’ugna ferrata del suo cavallo il quale galoppava per le vie... e allora qualche finestra aprivasi furtivamente per tener dietro all’ombra che rapida passava di via in via finchè ogni rumore taceva, e bisbigliavansi al domani strane voci di fantasmi, e dicevasi che da un balcone fosse sceso uno spirito bianco che il cavaliere aveva portato con sè fuggendo a corsa verso il suo palazzo, e che quando il portone s’era spalancato da sè stesso per lasciarlo passare, una gran vampa di fuoco tutto lo avesse ravvolto... ond’ei scomparve non sapevan se sotterra, ma lo credevano i più.
Fuvvi qualcuno che disse arditamente dover la giustizia metter mano entro i misteri della Casa della valle; ma un tal fornajo che aveva parlato di ciò troppo forte e con troppo calore fu trovato morto sul ponte del canale là dove ove ora si fe‘ della vecchia casa che lo fiancheggiava il macello pubblico della città, e le voci si tacquero impaurite e tremanti, che dove c’entran le corna del diavolo diceva il volgo, il berretto della giustizia non può far capo.
Arrivati a questo punto del nostro romanzo a cui la leggenda presta le sue tinte fosche ed indefinite... ne è d’uopo portare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcuni fatti che accadevano prima ancora che queste varie vicende si fosser compiute nella Casa della valle... vale a dire quando appena lasciato il soldo del Visconti fra la cui sgherraglia militava Enrico a Milano, ei venisse a Mantova chiamatovi dal desiderio della vistosa eredità che sapeva spettargli dopo la morte dello zio e che da uomo della sua tempra, stimava non potergli sfuggire, qualunque fosse per essere il mezzo col quale avesse dovuto conseguirla.
CAPITOLO VIII. Giulietta.
Era uno di quei bei mattini d’Italia, quali si ammirano col cuore sussultante di voluttà sulle amene rive del Lario; ove si ascolta il fremer dolcemente delle acque del lago contro i massi di granito di quelle roccie, sul cui dosso l’opera della civilizzazione ha coltivato leggiadri giardini e vaghi caseggiati, che si fiancheggiano l’un l’altro gareggiando in pompa di bellezza. L’usignuolo nascosto tra le verdi siepi vi trilla il suo gorgheggio, mesto talora come il sospiro d’un cuore che su quelle belle sponde venga a cercare l’oblio, e vi trovi rinvigorita la memoria. Ove l’amore martelli l’anima qual altra cosa che amore si può egli sognare sotto l’azzurro di quel cielo che si contempla in quello specchio lucente contornato da tanta magnificenza indefinibile?...
Faceva angolo alla strada che da Chiasso conduce a Mendrisio una modesta casetta; una delle sue finestre che dominava la campagna era aperta e vi vedevi ad ogni tratto apparire il bel sorriso d’un labbro roseo, da cui era animato, leggiadramente un fresco volto di fanciulla. Essa era bella!... aveva le guance paffutelle, occhio vispo e nero, capelli che le scendevano in ciocche d’oro sugli omeri tondeggianti; era un bel angelo, una di quelle care creature che crescono là, al rezzo di quelle arie imbalsamate dagli aromi della montagna, ove passano la loro prima età, correndo come vispi capriuoli su e giù per gli sdrucciolevoli sentieri delle amene vallate, inerpicandosi di masso in masso tra i pruni e gli sterpi, e riducendosi alle soglie delle loro case, con più di forza nel corpo, con più di fame allo stomaco, e con una salute cresciuta a norma delle trascuratezze d’una vita libera di quei tanti riguardi che intisichiscono sul fior dell’età quelle gracili complessioni che talora si svolgono tra le sontuose mura d’un palazzo, prive d’aria e di sole, come un fiore tra le vetraje d’una serra.
Giulietta era la figlia di onesti bottegai che facendo scrupolosamente il lor dovere avevan lasciata la vita, la madre l’aveva perduta in una malattia che da qualche anno infieriva nei dintorni del lago; il padre, perchè era arrivato a quell’età nella quale s’accetta la morte come una tassa che tutti s’ha da pagare a quel inesorabile doganiere che è il tempo.