Giulietta rimasta erede della casetta che abitava e di un piccolo censo, viveva tranquilla colle soavi memorie de’ suoi cari e colla vecchia governante che fanciulletta l’aveva cullata sulle sue ginocchia. Era la sua governante una buona pasta di donna, dalla voce burbera piuttosto che no, e dal cuore largo, aperto, per buttar fuori senza cerimonia quanto le passava nell’animo; tutto amore per la sua figlioccia, e guai a chi la toccasse!..., chè le comari del paese ne sentivan di sode allora!... Ma nessuno sparlava della bella bionda... e la sua vita scorreva tranquilla, come il rigagnolo che lambiva il margine del praticello che le aveva lasciato suo padre... Diceva qualche voce, sommesso sommesso, che una buona ragazza non deve far scapucci, e che chi si lascia andar giù per quel sentiero, è ben difficile che si rizzi in gambe, ed il suo scapuccio la Giulietta l’aveva fatto, e sulle ginocchia della mamma Gaetana, salterellava fatto baloccar dalla nonna un vispo fanciullino che aveva allora appena dai 4 ai 5 anni, e che la chiamava mamma con tanta grazia, che la Giulietta ne divorava coi baci il bel visino che le sorrideva tutto gioja ed amore.

Ma quei del paese che sapevan tutte queste cose, sapevan anche che Francesco il suo fidanzato era un bravo ragazzo, che aveva un buon cuore, buon nome di lavorante alla filanda di seterie, che il suo principale teneva ben montata in Como, e che se lo teneva a petto come il miglior capitale della sua fabbrica... I begl’imbusti dal canto loro l’avevan veduto più d’una volta che s’era trovato in qualche ingarbugliata faccenda uscirne a forza di braccia, che madre natura gli aveva fornito con vigorosa muscolatura, e tutte queste buone ragioni sommate insieme, facevan sì che di lui s’avesse quella stima che meritava il fidanzato alla bella bionda del paese, che l’avrebbe sposata appena avesse finito un suo affare.

Quella mattina pertanto la Giulietta apparentemente agitata spiava dalla finestra l’arrivo di Francesco che tardava d’alquanto, e ritirandosi dalla finestra guardava con sorriso più tristo del solito il suo vispo bimbo che giocava colla corona del rosario della nonna Gaetana.

Pareva che un qualche segreto pensiero turbasse il bel sereno della sua fronte sempre gaja, e questo senso d’ansia inquieta si faceva sempreppiù visibile a seconda che il pendolo d’un orologio situato sul davanzale del caminetto della stanza batteva monotono l’inalterato suono del tempo che scorre sempre così lento allor che deve avvicinare il momento della gioja, sì rapido quando affretta quello del dolore.

Non erano però scorsi che pochi istanti, dal labbro della giovine madre uscì un grido che parve il fremito d’una nota d’armonia sublime! corse al piccolo Adolfo, e se lo strinse al petto come per far argine ai battiti del suo cuore, e quasi volesse rispondergli il vispo angioletto gorgogliò nella sua lingua infantile uno di quegli affastellamenti di suoni senza forma che solo il cuore delle madri sanno intendere, e che essa concambiò con una pioggia di baci. Francesco svolgendo l’angolo della via l’aveva salutata dal balcone e saliva la scala.

Giulietta gli corse incontro festosa e lo accolse con uno di quei baci ardenti a cui l’anima affida tutte le espressioni che parola umana invano si studierebbe d’imitare...

— Quanto hai tardato, Francesco!... gli disse poscia accarezzandogli la fronte colla sua bella mano.

— Dovetti trattenermi in fabbrica per dare alcuni ordini, mia cara..., il mio principale andò a Milano per qualche sua faccenda di premura.

— E tu sei rimasto in suo luogo... direttore... non è vero?...

— Già... proprio, mia cara... non serve che tu me la dia lunga!... direttore!... è la vera parola...