— Ma cos’è che sai in tua malora?...
— So... che il capitano ha scommesso che domani salirebbe in casa della bionda.
— Ah, ah, dalla bionda!.. sei matto... col suo damo che le ronza intorno da non lasciarle tregua un istante!... gli ribattè il vicino urtandolo colla mano sul capo che gli si inchinò quasi fin sul tavolo.
— E se vi dico che il vagheggino viaggia per Milano con tutta buona pace?
— Non è allocco affè da pigliar in rete sì facilmente, il capitano!...
— Progetto in mente non è fatto compiuto, sofisticò il gigante.
— E la coda del diavolo non batte in fallo, mormorò Carlone lasciandosi cadere sul petto la testa grave dalle esalazioni vaporose del tracannato liquore.
Carlone non parlò più, ei dormiva il sonno dei giusti; s’era delle braccia fatto guanciale alla fronte madida di sudore, russava pacificamente e serviva d’accompagnamento al cicalio fragoroso della brigata.
Là in un angolo dell’osteria bevevano silenziosi due giovanotti del paese; essi parevano incuranti affatto di quanto avveniva d’intorno a loro, e solo occupati ad assaporare il fiasco che lor stava d’innanzi. Ma chi attentamente li avesse sogguardati si saria accorto che la loro apparente distrazione era invece una fissa concentrazione a cui non sfuggiva una parola del dialogo or ora narrato; sulla loro fronte corrugata ad ogni moto che usciva dal labbro degli avvinazzati bevitori che loro stavan di contro, riflettevansi le diverse sensazioni dell’anima loro, ed avresti detto che si ribellassero al ributtante cinismo di quelle labbra avvezze solo alla bestemmia od all’insulto!...
— Papà Giacomo!... il conto, e alla malora questo tuo vino da indiavolati!..., gridò uno dei due compagni alzandosi.