Enrico, il comandante della sgherraglia del duca era stato trasportato al Castello Baradello, e guariva della sua ferita d’altronde non troppo allarmante.
Se la toccatagli lezione gli diè serii pensieri sul garbuglio in cui s’era cacciato, non gli tolse però di capo la caparbietà cocciuta di quel suo capriccio a cui vi s’era attaccato con una picca da indemoniato!... Ei capì soltanto dall’avvenuto che si doveva pervenirvi per altra via che non fosse quella che già aveva tentata e che poteva esporlo a chi sa che brutti rischi... e quando un uomo della sua tempra s’intesta di venir a capo di quei maledetti puntigli, non è da pensare che per poco smetta dal gioco... E qui è da notarsi come ci andasse di mezzo una sete divorante di trar vendetta dello smacco, e di far pagare a mille doppi al giovane ch’ei chiamava, gradasso, e peggio!... quella stoccata che gli diè misura quale fosse la mano esperta che gliela mandava come un saggio da farsene guardia.
Uno diverso dall’altro ei ruminò quindi nella mente un buon numero di progetti che gli servissero all’uopo; ma niuno faceva capo ove ei volea venire, e si diè ad almanaccar di nuovo con quanta forza di pensiero più gli consentiva il vigore della convalescenza che l’aveva omai tolto da ogni paura di mal giuoco.
In una delle sale del castello egli camminava a passi agitati come chi sia in preda ad interna ed irrequieta lotta; da un ampio balcone di forma gotica scorgevansi indorate da un sanguigno raggio di sole che volgeva al suo tramonto, le vette delle montagne verdeggianti di vigneti, ricche di olmi e di quegli infiniti boschetti di roveri fronzute che vi vegetano in tanta abbondanza, ed in mezzo alle quali volteggia gaja la cingallegra ed il capinero, e vi trillano lo loro canzoni, vaghe armonie della montagna che vi risponde col dolce fremito delle scosse fronde.
Enrico ristette a guardare dall’aperto balcone, ma non era il tramonto del sole circondato dal suo manto di porpora che egli ammirava, nè l’ammantarsi della natura nel suo drappo di tenebre... Il suo pensiero errava fantastico e torbido... si diè col pugno sulla fronte e stette per alcuni momenti immobile e muto.
Si batterono alcuni colpi alla porta della sala; chi è là?... gridò la voce aspra del giovane, corrucciato che lo si distraesse dalle sue meditazioni.
— Antonio, gli rispose la voce.
Un sorriso di gioja e di speranza brillò sulla cupa fronte del condottiero; a passo rapido ei mosse ad aprire, e stette spiando in volto al venuto colle nari aperte, a guisa di selvaggio puledro a cui s’infreni la corsa. L’occhio acceso, le labbra contratte parean favellare la domanda che si andava formando nel pensiero.
L’uomo che entrava allora coperto di polvere e spossato come da intrapresa fatica era di pessimo aspetto... aveva lunga ed incolta la chioma che gli scendea rabbuffata sulle spalle, coperte da una carmagnola di fustagno su cui il tempo aveva lasciato non dubbie impronte del suo passaggio; l’occhio aveva fosco, il labbro sporgente, la fronte bassa... Egli era quale in quel momento potevasi aspettare che entrasse onde far sorridere o di gioja o di speranza colui che solo nel pensiero d’un delitto poteva acquetare il fermento della sua anima.
— Ebbene, Antonio, quali nuove?... domandò egli infine con impazienza, come vide che l’altro appena entrato s’andava spolverando il largo feltro mentre si tergeva colla destra il sudore che gli gocciava dalla fronte arsa dal sole.