— Nulla!... borbottò con mal umore l’interrogato.
Enrico si morse le labbra a sangue... nel suo sguardo balenò un lampo d’ira.
— Nulla!... ripete egli... affè che vale proprio la pena di satollarvi d’oro!... Voi!... marrani poltroni!... a cui il diavolo al quale vi siete votati non sa nemmeno cosa suggerire... che non sia una bestialità!...
— Il diavolo!... il diavolo!.... mormorò Antonio colla fronte accigliata. Affè che se qui non c’entra non saprei dove ei potesse entrare, padron Enrico!... la ragazza la ci sguscia di mano quando meno la s’aspetta!... e quel indiavolato del suo sbarbatello, fa gazzarra di rodomontate da far credere che tutti i diavoli della terra gli dien mano a farci le ficche!...
— Dite piuttosto che tu e tutta la tua congrega avete paura d’un bambolo.
— Perdonate, padron Enrico... oh perchè se vi par cosa tanto facile torlo di mezzo alla spiccia, vi siete lasciato conciare com’ei v’ha conciato?...
Enrico si fe’ pallido come se un aspide l’avesse morso... Bada, marrano!... mormorò egli fremente... e portò la destra al pugnale.
— Dissi così per dire, eccellenza... s’affrettò a rispondergli mogio mogio lo sgherro, che s’accorse non esser momento da giuocar di parole... Quello che vi dico si è che s’ha bel fare a tendergli le reti, è merlo che non si prende in pania, e a torlo di fronte sa levar il volo in modo che non resta tempo a dargli la girata.
Enrico camminava impazientito mentre l’altro gli venia dietro guardingo ed alla rispettosa distanza di chi s’attenga, ove ragion non valga, al diritto d’usar altri mezzi che gli consentano uscir d’impaccio.
Tutto ad un tratto ei si fermò sui due piedi come colpito da un’idea; Enrico che lo seguiva con occhio inquieto lo interrogò rapido collo sguardo, parve che entrambi si fosser compresi, chè le loro fisonomie espressero simultaneamente la forma d’un pensiero.