La fanciulla sorrideva col suo mesto sorriso di rassegnata, e volgeva il raggio de’ suoi belli occhi celesti verso un angolo della stanza da dove Adolfo stava contemplandola triste ed abbattuto. Parea che non una di quelle soavi illusioni facesse velo alla fatalità d’una sinistra previsione che gli stava fissa nel cuore. Egli aveva tanto combattuto contro sè stesso, si era detto pazzo, avea cercato di sorridere ad Angela quando parea richiesto di un pensiero che ella avrebbe accarezzato con fede!

Quel senso indefinito, indefinibile era là.... s’era cacciato nel suo cuore e non valeva a strapparvelo!... Esso sfuggiva all’analisi, era vago come un sogno... Era nulla... era un’ombra nel vuoto.... ma era tale da gelargli il sorriso sulle labbra contratte da un amaro dispetto.....

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Lo straniero è ritornato, egli ha recato seco il prezioso farmaco. Il marchese non si sazia dall’attestargli la sua riconoscenza, la madre di Angela piange di gioia baciando le guancie della giovinetta, che vanno riprendendo il lor colorito vitale. Angela sorride più vaga e più bella al giovane suo amico nel cui animo tutto ciò mette un arcano sbigottimento, e che ella si sforza a cancellare con tutte le dimostrazioni del più tenero affetto.

La gioia, quella vaga silfide dal volo leggiero, ha ripreso il suo posto in quel campestre romitaggio; la primavera lo adorna col suo manto di verzura, l’aria lo circonda dell’olezzo dei fiori rapito alle ricche alee del giardino, la rondine stridendo vi volteggia intorno, e dal trave ospitale saluta il diletto suo nido; s’ode alla sera l’allegra canzone dei campagnoli che ritornano ai loro casolari dove li allieterà il sorriso delle loro donne ed il bacio dei loro figli. Non più quel tetro squallore, non più sugli incolti viali cadono le foglie degli alberi disseccate, nè i fiori dagli steli; non più il paesano riguarda le chiuse imposte e si dice mestamente: là si soffre... e pensa che colei che soffre era l’angelo che si recava al letto delle sue figlie ammalate a portarvi il conforto di una parola; il brodo della sua mensa, il farmaco della sua casa, il fiore del suo giardino!...

È una bella mattina del mese di aprile... l’aria è imbalsamata di profumi... piena di melodie... l’usignuolo ed il capinero gorgheggiano di mezzo alle verdi siepi e si ricambiano le loro canzoni d’amore; la cingallegra volteggia vispa e gaia di ramo in ramo.

Sotto ad un verde chiosco del giardino era raccolta la famiglia del marchese intenta ad un gaio confabulare; Angela appoggiavasi tutt’ora debole per la passata malattia, al braccio del padre; sua madre la contemplava seduta vicino a lei con un lungo sguardo di amore; Adolfo discorreva col fratello d’Angela appoggiati entrambi alla spalliera del chiosco. Lo straniero vi entrava dopo aver colto un fiore da una vicina alea e lo porse alla giovinetta.

Angela gettò uno sguardo sopra Adolfo, il cui occhio avea seguito lo straniero con palese inquietudine.

— È il fiore dell’addio che vi reco, madamigella, disse lo straniero ad Angela; ne avvisai già il marchese; alcuni affari mi chiamano a Mantova onde reclamare dai Gonzaga un appoggio contro le angherie di cui mi fa scopo la Corte dei duchi di Milano.

— Voglio sperare che non sarà un congedo, gli rispose il marchese con confidente premura, non è vero, dottore?