Egli avea appena svoltato l’angolo della via che due ombre si mossero nelle tenebre, si udì uno squittir come di civetta che pareva venisse dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisciò carponi dentro il vano d’una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e corse anelante sulla via... gli parve d’aver inteso un gemito. Tutto era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all’orologio del palazzo. La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori, e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra sè perchè Alberto non fosse tornato.
CAPITOLO XXIII. Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello.
L’istessa notte se qualcuno fosse passato dal viottolo del Gallo Nero, si saria domandato cosa potesse far là da tanto tempo una carrozza tutta chiusa. Il cocchiere pareva ubbriaco, e sonnecchiava sulla serpa... s’era passato nel braccio le redini del cavallo... aveva lasciato cadere la sua testa sulla spalla e pareva non si desse altra cura che di dormire come meglio avesse potuto; forse aspettava qualche avventore che s’era recato a bere alla taverna e s’era lasciato prendere dal sonno... Nella taverna del Gallo Nero non ardeva alcun lume atto a far dubitare che là dentro, come in tutte le pacifiche case dei dintorni non si dormisse tranquillamente, tutt’intorno era silenzio... la notte scendeva tacita ed avvolgeva Mantova col suo mantello di nebbia... le ore scorrevano, suonò la mezzanotte, poi un’ora, eran vicine le tre; il cocchiere addormentato si scosse, dalla porticina della taverna del Gallo Nero, uscì fuori una testa a guardare nel bujo del viottolo non illuminato da alcun fanale... Era tanto bujo che non si saria scorta neppur la carrozza che si confondeva colle tenebre... se v’era un delitto da compiersi, certo mai quella marrana di sorte che non domanda mai le fedi di costume a chi vuol favorire od a chi vuol colpire, non poteva meglio darvi mano. Qualche lampione che ardeva nelle strade centrali della città, avvolto da quel denso manto di nebbia, pareva alla distanza di dieci passi, lontano a perdita d’occhio ed appena appena se ne vedeva un languido bagliore atto ad accennarlo. L’uomo che aveva messo fuori il capo dalla porticina della taverna non guardò; ascoltò, gli parve aver inteso... Un gemito... poi un rumore di passi che frettolosi s’avviassero verso quella volta... Il cocchiere aveva lasciato la sua attitudine, e stava spiando inquieto ogni alitar di vento che gli portasse un suono... si fe’ silenzio ancora... poi si sentì un rumore certo, definito, marcato di passi... due uomini entrarono nel viottolo della taverna...
— Presto, disse l’un d’essi... scendi, Andrea, e dacci mano... che il diavolo ti porti se non ti sbrighi, pezzo di poltrone!..
— Son qua, son qua... rispose tosto il cocchiere scendendo dal suo posto di riserva.
Quei due uomini si portavan dietro uno strano carico imballato in un nero involto fatto a forma di sacco; l’avevan deposto rasente al muro del viottolo, e fattivisi presso di bel nuovo ajutati dal cocchiere se lo caricaron sulle braccia. L’uomo che pareva spiasse avidamente il loro operato, quando vide che furon presso alla carrozza di cui era chiuso ancora lo sportello, si fe’ fuori d’un tratto e corse ad aprirlo...
— Chi va là!... gli gridò piano all’orecchio una voce minacciosa, mentre un braccio erculeo lo afferrava al petto in poco gentil maniera...
— Non mi conosci, per Dio!.. fe’ egli guardando in faccia il gigante che gli aveva usato quel poco garbato complimento.
— Siete voi, eccellenza?... mormorò questi mentre dava alla sua voce da toro quel tuono più umile che potè; per bacco... s’avvisano i galantuomini quando sono occupati alle loro faccende e non hanno tempo da perdere.
Il nero carico fu spinto dentro alla carrozza.