Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che gli parlava d’una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo in cui lampeggiò quell’ultimo resto di vita che ancora l’attaccava ad una illusione...

Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi di là, tanta inquietudine leggevasi ne’ suoi sguardi, inquietudine che poteasi credere motivata dall’interesse ch’egli prendesse per la possibile sventura ond’era minacciata la famiglia del marchese, gli strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse di ricerche che gli rendesser conto dell’avvenuto, uscì precipitoso ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della soddisfazione sulle labbra atteggiate all’orgoglio d’una vittoria..

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Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l’istessa via sulla quale s’era avviato la trabacca dell’oste del Giglio; taluno dei passeggieri rise di cuore vedendo a fianco d’un Ercole dalle forme d’atleta un omiciattolo che più gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente. Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi portava la delusione d’una vana ricerca.

CAPITOLO XXVI. I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione.

Ne è d’uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti che diedero principio a questa narrazione. Era di là per l’appunto che Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell’assassino di suo padre, dell’uomo per opera del quale sua madre era morta dopo aver tratta fra le angoscie la vita!... Angoscie che doveva a lui solo, a quest’uomo che s’era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad avvelenarne ogni istante!...

In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l’aria grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio il carbonaro era seduto d’innanzi alla sua capanna che il lettore può riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva più neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro; allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un’alta siepe di frassini... pareva un agguato... oggi non era più nulla, avevan tagliata la siepe... i grandi alberi che s’incurvavano sopra il suo tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran cresciuti, ad attestare che là morirono utilizzati dal carbonaro che ne fe’ legna da alimentare il suo focolare deserto.

Le assi della capanna eran sconnesse, l’aria e l’acqua vi penetravano a vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile!... era qualche cosa di squallido, di disgustoso... l’orribile ha la sua poesia, ha il suo bello; lo squallido non ha nulla, è ciò che è... una cosa da cui si allontana per non crucciarsi l’anima!...

Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani, assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo vestito finch’egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo che qualche gioja egli l’aveva gustata in quella capanna che ora non conservava di sè che una squallida nudità. Allora la sua bella siepe di frassini era verde e folta, l’usignuolo veniva a cantare là... vicino ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell’ora del riposo; lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all’animo una calma, una pace, quasi una felicità.

Poi le cose cambiarono... e la pace fuggì dalla capanna ospite spaventata. L’usignuolo non venne più a cantarvi d’intorno perchè vi sentì dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perchè egli confidente non vedeva più al finestrino che si apriva, sporgere una bella testa di donna che lo riguardava rapito, nè più senza fuggire vedeva passarsi d’innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne e fosche, v’intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la sua pace lo decisero a scegliere un’altra siepe, un’altra casa intorno a cui intuonare le sue vaghe armonie.