La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava e non lo vide più tornare; era morto egli pure? era stato raccolto da qualche cuore pietoso?... egli non lo sapeva e non se ne curò; al secondo giorno che più nol vide comparire egli si era detto alzando le spalle, un fastidio di meno!...
Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva a farglisi attorno, sentì nella coscienza farsi vivo il pungolo dei rimorsi... e ripensò con spavento a quella sua vita di colpe... si ricordò di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere... e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua casa.
Da allora, non più pace, non più lavoro... non più il sorriso della sua donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento, forse d’orrore quand’egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi deponeva nell’angolo più nascosto la sua carabina, forse fumante ancora per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera creatura.
Tutto si mutò intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola e diviso nella famiglia, successe l’orgia, ed il vino vuotato a colme tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo a ciò il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi...
Fu dal giorno che ei fuggì innanzi ad Adolfo spaventato come da una visione infernale, fu d’allora che questo gli sorse contro angelo sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria sua banda, che la fatalità inesorabile gli camminò a lato. Dopo aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla colpa, perchè i suoi compagni che lo vider fuggire d’innanzi ad uomo lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell’uomo era una fantasima per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea sì infamemente tradito!... Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte la sua donna; suo figlio non era più ritornato alla capanna che stava sola là... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d’un’anima nella quale il fatalismo avea snervata ogni energia...
È una maledizione!... È una maledizione!... esclamò egli alzandosi da sedere... gettò uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni passi come per allontanarsene... È la mano di Dio!... Oh! io non avrò mai pace!...
Le campane della chiesa del paese suonavano l’avemaria della sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia incominciava già a cadere sottile... Il cielo s’era fatto più fosco, Ambrogio fremè in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra un sasso, e stette muto, tremante, finchè ogni suono cessò, e d’intorno a lui non udì che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e il fischiar del vento nel basso della valle.
Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse era dominata da un pensiero... Egli si era alzato però più calmo, entrò nella capanna, si gettò sul suo giaciglio, e stette aspettando l’indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto che or vedremo farsi palese.
CAPITOLO XXVII. Don Luigi il parroco.
Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro spille d’argento appuntate alle trecce d’ebano ed i nastri rossi che lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono condursi a tutte le piazze della provincia.