Il dottore si mostrò sulla soglia.

— Venite, dottore... mormorò l’ammalata.

Il dottore accorse e baciò con affetto la mano della morente... — La fareste voi felice, dottore?... gli disse ella volgendo un timido sguardo sulla fanciulla che stava annichilita ai piedi del letto...

— Io?... esclamò il dottore il cui sguardo lampeggiò di gioia chinandosi sul volto di Angela sino a suggerne l’alito anelante!... E che?... voi vorreste, signora...

— La felicità di Angela!... mormorò la marchesa, con voce che s’era fatta fioca... fioca...

Dal petto della fanciulla irruppe un singhiozzo. Gli occhi della marchesa s’eran chiusi; stette immota per alcuni istanti come sfinita da quello sforzo. — Salvatela!... salvatela, dottore!... gridò Angela afferrandogli ambe le mani.

La morente schiuse le ciglia... vide Angela ed il dottore chini, intenti, ansj sul suo guanciale. Levò con estremo atto la destra che posò sul capo abbattuto di Angela, sorrise e spirò!...

Due giorni dopo sopra una fossa del cimitero cadeva a vangate la terra gettatavi sopra dal becchino, inesorabile tumulatore d’ogni grandezza umana; una fanciulla vestita di nero piangeva su quella tomba, un cocchio aspettava al cancello del Cimitero, e al cancello attendeva pure un uomo, che stavasi muto ed impassibile guardando quella vaga immagine di fanciulla inginocchiata presso alla pietra sepolcrale sopra cui il prete, dopo che vi fu distesa l’ultima vangata di terra, pregò in tuono freddo e lugubre — Pace!...

CAPITOLO XXXII. Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti.

Splendono di faci le ampie sale del palazzo della Valle; vi si ode un rumore insolito, la gente vi trae d’intorno e si parla a sommessa voce come d’un avvenimento. Si guarda a quell’edificio che fu silenzioso e muto come una tomba sino a quella notte in cui vi si sviluppa la vita!... e si susurrano strane cose Si era parlato del matrimonio della figlia del marchese Gian Paolo... Nello sposo si era riconosciuto il nipote del vecchio negromante... e parve di sinistro augurio quel festeggiarsi nella casa del diavolo, quelle nozze che s’eran strette tacitamente al letto d’una moribonda. Non vi era concorsa la splendida pompa di un rito; non si eran veduti splendidi equipaggi scorazzare la città. Una carrozza chiusa era entrata dal portone del palazzo. La sposa ne era scesa pallida ed abbattuta. Un’altra carrozza vi formava corteggio; i battenti dell’ampio portone si eran rinchiusi... Tra gli sposi ed il resto della città sorgevano le alte mura disadorne del palazzo; parea a tutti che intorno a quelle mura che solean guardare con paura si scorgesse un cerchio magico di fuoco come quello che segnan le streghe intorno al campo delle lor tregende. Era tanto tempo che non si parlava di Enrico... L’erede della casa della Valle che era partito da qualche anno, nè si sapea per dove!... Parea ad alcuni che fosse comparso qualche volta nei dintorni della casa deserta, che vi fosse entrato una notte e ne fosse uscito tosto, e si vociferava di un delitto che si era compiuto quella notte istessa. Ma erano voci vaghe, eran parole che s’avea paura a pronunciare per tema che il diavolo che metteva mano nelle cose del nipote del mago e che avea stanza nel palazzo maledetto, mettesse le corna negli affari di chi si interessasse troppo dei suoi!...