— D’un racconto di fantasmi che ho inteso ora nella bottega di mastro Antonio il barbiere.

— E che parli tu di fantasmi?... mormorò Enrico fattosi pallido come un morto.

— Lo dissi così, messere... per servirmi dell’espressione di mastro Antonio, il che non toglie ch’egli veda lucciole per lanterne, e che la paura gli abbia dato di tracollo al cervello... Il gigante raccontò allora quanto veniva d’aver inteso nella bottega del barbiere. Enrico l’ascoltò lasciando sfuggir dalle ciglia lampi di gioja selvaggia.

— Affè!... esclamò egli, tu sei un astuto mariuolo, Ambrogio!...

— Vi par che s’abbia a credere che le ombre camminano sull’acqua e vi spariscan sotto, e cantino e faccian tai cose da vivi?... scommetterei la guaina della mia daga, che v’è da aguzzar gli occhi per veder chiaro!... e vedrei tutt’altro di quel che ha veduto il barbiere!... Se volete che mi metta in posta, la mezzanotte non tarda tanto, e farò ben io passare alle ombre il grillo di venir a gironzare nei dintorni del palazzo.

Enrico pareva rapito in profonda astrazione, perchè non diè risposta alle parole del gigante; egli si immerse ne’ suoi pensieri e parea stesse annodando le intricate fila che gli si venian svolgendo nell’immaginazione esaltata.

— Dove è sparita quest’ombra?... questo diavolo?... questa cosa qualunque come a te pare? esclamò stizzito e di malumore. Cosa dedurresti tu da questa maledetta fantasticheria da inspiritati?...

— Io dedurrei, messere, che l’ombra invece di esser sparita sotto l’acqua del canale sia entrata nel vano che v’è appunto al di là della saracinesca.... Non v’è là una porticina che mette a quella parte rustica dove nessuno abitò mai... dopo la morte di vostro zio?...

Enrico impallidì di terrore.... e strinse con violenza il braccio d’Ambrogio come volesse sulle labbra soffocargli le parole che aveva profferite.

— M’avete domandato cosa ne pensi.... borbottò il gigante, affè, messere, fatemi avviso se avete intenzione di rompermi le braccia a questo bel modo!...