— Che sai tu di quella porta?... gli domandò Enrico agitatissimo.
— Affè!... Cerco per dove possa essere entrata quell’ombra indiavolata, che a quanto disse mastro Antonio cantava una strana canzone. Sapete cosa ricorda?... Il canto dei morti di quella vecchia strega che il diavolo s’è portata con sè, e che temo non abbia voluta nemmeno l’inferno.
— Marta!... vuoi tu parlare di Marta?...
— Affè!... sì... di quella strega!...
— Marta!... ripetè Enrico fra sè con impaziente anelito come se nel suo pensiero stesse formandosi un concetto intorno a cui la mente s’adoperava affannosa... Marta!... borbottò ancora; sì, era ben dessa che apparve in quella notte nella sala del banchetto!... Essa che ha rapita Angela!... Essa che è sparita dal palazzo dopo quel giorno!... e che io ho invano fatta cercare!... E tu dicesti, Ambrogio, che un’altra voce avea risposto a quella della vecchia?...
— Adagio... mastro Antonio non disse poi che era una vecchia.... in quanto alla voce ei disse ed affermò che gli parve dolce come quella d’un angelo... non è strano, messere, che gli spiriti abbiano di tali voci?...
Enrico battè i piedi con impazienza come se non volesse essere sturbato nell’anelante ricerca in cui impiegava tutte le facoltà della sua anima, dall’importuno cicaleggio del gigante. Taci, marrano... mormorò egli con affannosa concitazione... — Oh se fosse di lei!... Ambrogio, io ti farei ricco come il primo dei cavalieri del duca...
— Chi?... domandò il bandito.
— Angela!... non capisci tu che è d’Angela che io intendo parlare... che se quella vecchia è Marta.... là nascosta non vi può essere che Angela... Egli si slanciò verso la soglia e gridò al bandito con voce alterata dall’emozione, — a noi!... seguimi, Ambrogio.... e al diavolo gli spettri.... fanfalucche da fanciulli... Essa è là... la sento... e la troverò... dovessi far demolire questo palazzo pietra per pietra fin ch’io l’abbia trovata.
L’orologio del castello suonava la mezzanotte.