CAPITOLO XLII. La stanza del fratricidio.
Quando Enrico fu nel cortile... s’arrestò: avea inteso del rumore al di là della saracinesca, avea inteso una voce, era quella di Angela che chiamava la Marta.
La fanciulla alla sua volta avea inteso dalla parte del palazzo come un rumore di passi precipitati; atterrita per quel senso di fina penetrazione che è proprio di chi abbia la coscienza del pericolo, avea gettato quel grido di spavento.
Era tanto tempo che la povera fanciulla giaceva là, separata dalla vita, viva per una speranza che veniva collo scorrer del tempo illanguidendosi nella sua anima angosciata... La buona vecchia che l’avea strappata alle braccia di quell’infame, s’era sepolta con lei in quella stanza che dovea metterla a riparo dalle ricerche del signore della casa.
Fu nel giorno susseguente a quella terribil notte che la vecchia Marta si spaventò d’un pensiero, vivere!... come avrebber esse vissuto senza compromettere la loro sicurezza? per la vecchia poca cosa era la vita... ma voleva salvare quella povera fanciulla così bella!... Dar indizio che ella fosse là, equivaleva a ritornarla ai lascivi amplessi di colui che essa aveva fuggito con tanto orrore... Dalla stanza dove si trovavano le due donne per un piccolo uscio si scendeva ad una specie di pianterreno allagato dal canale. Marta attese la notte, scese; vi si scendeva per una scala di legno... la scala era sospesa sull’acqua e faceva capo ad una porticina bassa sbarrata da una spranga di ferro arrugginita dall’umidità; il luchetto della sbarra non era chiuso a chiave, potè levarlo, e si trovò tra quel vano che eravi tra il canale e la saracinesca dell’abbeveratojo.
L’acqua che ne resentava il fianco era bassa, vi scese e potè arrivare dietro il palazzo... Innanzi a lei si estendeva la valle; al di là della valle la campagna; costeggiando la riva poteva nascondersi tra i canneti e di là internarsi pei campi dove saria andata in cerca di cibo per sè e per Angela.
Rientrò nella stanza ove la fanciulla l’aspettava in preda ad una viva agitazione e si convenne ch’ella cercherebbe di radunare quanto potesse dar alimento alla loro vita limosinando per le case di campagna.. e che dopo aver fatta sufficiente provvigione rientrerebbe di notte e starebbero insieme quanto tempo lor permettessero i viveri raccolti, che poi uscirebbe di nuovo per le sue bisogna, e così durerebbero finchè il tempo non venisse in soccorso della fanciulla mutando intorno a lei gli avvenimenti che sì terribilmente la stringevano nel lor cerchio di ferro.
Così simile sempre in ogni suo attimo, per la vecchia e per la fanciulla il tempo era scorso sino a quel giorno... Marta avea provveduto limosinando per la campagna quanto di maggior bisogno occorresse; aveva portato della paglia con cui formare un canile sul quale poter adagiare le dilicate membra di quella vaga giovinetta che sentiva d’amare come una madre... a cui usava tutte le premure, a cui prodigava tutti i possibili conforti cercando tener viva in lei la lusinga di giorni migliori che la compenserebbero delle provate miserie... Angiola le parlava di Adolfo!... del suo giovane fidanzato!... come si struggeva pensando cosa ne potesse esser avvenuto!... come rabbrividiva al pensiero che il signore del palazzo come Marta lo chiamava, avesse tentato sopra lui qualche delitto onde togliersi dal sentiero un ostacolo che avrebbe potuto un giorno o l’altro contendergli il possesso della donna che aveva tanto amata!...
Erano ben tristi pensieri codesti!... e ben terribili per lei nel cui animo inquieto e trepidante andava morendo ogni giorno la speranza di poter esser tratta da quella tomba ove era costretta seppellire la sua giovinezza!... e spegnersi consumata dai fremiti anelanti del suo povero cuore.
Rompevan solo la monotonia di quella miserabile esistenza le escursioni di Marta, alla quale quando ritornava di notte, chiedeva se nulla avesse sentito, se nulla avesse veduto... Ma la vita della Casa della Valle non era alterata da alcun avvenimento.