Due voci la richiamarono alla vita, due voci che le erano care ed adorate!... le parve di destarsi da un sogno ma non era un sogno... ella sentì un tocco ardente infuocargli le labbra, era un bacio di Adolfo!... sentì un palpito anelante sul suo cuore che rinasceva alla vita... ed ella si trovò tra le braccia del giovane e di Marta ebbra di quell’estasi per cui si benedice anche alla sventura quando sia il prezzo di quei sovrumani godimenti a cui non si arriva che per la via del dolore, che solo ne consente di misurare il palpito della felicità!
Qui ha fine la leggenda... Angela e Marta appresero da Adolfo come finì Enrico il fratricida su cui egli aveva vendicate le innumerevoli colpe. Il suo cadavere rimasto là, dove fu spento, sarà stato portato via dall’acqua in qualcuna delle frequenti inondazioni a cui Mantova andava soggetta, oppur consumato dal tempo si sarà rifatto polvere e materia. Angela e Adolfo in un alla vecchia Marta che portava alla fanciulla un affetto di madre, affezione che nasceva in lei per l’opera istessa del beneficio che aveva compiuto, si recarono al paesello dove era morta Giulietta, e dove egli si recò a deporre sulla tomba del padre il pugnale insanguinato che ne aveva vendicato l’assassino infame. Vi trovarono la povera Margherita che fu beata di poter morire consolata dal bacio del suo figlioccio, essa si faceva raccontare tutte le sere dalla vecchia Marta la storia del Palazzo del Diavolo, storia che narrava poi a tutti i ragazzi del paese. Il marchese ritornato dalla sua missione, stanco dei tumulti della vita politica si ritirò a viver tranquillo coi suoi figli.
In quel piccolo paesello allegrato da un vago sorriso di sole che indora le acque del suo lago, qualche vecchio si ricorda ancora la leggenda del Palazzo del Diavolo, che aveva sentita raccontare da bambino. Dopo d’allora egli fu disabitato per molto tempo e si vociferavano sul suo conto truci storie di spiriti e di folletti; si diceva che l’anima del nipote del Mago, o del misterioso signore della Casa della Valle vi si aggirasse di notte gemendo e mandando grida indemoniate.
Oggi la prosa del secolo ha fatto del suo vasto salone, al quale rimane appena alcun vestigio dell’antica splendidezza, un magazzeno ove s’ammucchiano le granaglie... I topi si ingrassano e vi s’aggirano despoti e signori invece delle anime dei morti; vi ballan la ridda fra le sacca correndosi dietro per tutta l’ampia vastità del locale, mettendo fuori dalle fenditure il loro musino vispo ed allegro. Le loro nere ed ardenti pupille brillano di notte d’una luce fosforica, per cui qualche buon paesano si sarà anche oggi giorno spaventato credendole qualche spirito che sia ritornato all’antico suo albergo. Tutto vi è diroccato... nè più v’ha forma di ciò che fu. Si è fatto del cortile uno stallo ove fanno capo i carrettieri nei giorni di mercato; si sono aperte al pian terreno botteghe di ferro rotto, di modiste e di falegnami; v’è un’osteria ove vado anch’io a cena qualche volta!... Vicino al luogo ove si sono compiuti gli ultimi avvenimenti che fanno parte di questo racconto, cantano e lavorano battendo il bucato allegre lavandaje senza paura che dalla porticina sprangata che mette alla stanza allagata, esca fuori l’ombra di qualche morto a far gelare sul loro labbro il canto col quale si rendono meno pesante il lavoro. Tutto è scomparso e non vi resta più che un informe ammasso di pietre che sparirà esso pure un giorno, se non al tocco della magica bacchetta dei maghi antichi, per l’opera più proficua di qualche centinajo di mille franchi che cercheranno un mezzo di moltiplicazione imbellettandone la fisonomia per farne tanti mezzanini moderni da noleggiare ad usum...
Onde coprir le spese
Per tanti franchi al mese!...
FINE.
ADELIA
NOVELLA