«Se volete conoscere l’assassino di vostro padre, il persecutore di vostra madre, trovatevi la notte del 18 marzo sullo stradale di Chiasso, al ponte della Croce.
«Un uomo vi attende e vi rivelerà il segreto che da tanti anni cercate invano di penetrare...»
— Finalmente! mormorò egli coll’animo ardente d’odio e di vendetta...
Era il 10 di marzo... non restava che il tempo di mettersi in viaggio per arrivare al convegno, egli addusse presso la famiglia del marchese che fu oltremodo sorpresa di quella subitanea risoluzione, motivi d’interesse che lo richiamavano per pochi giorni al suo paese... disse che quella notte stessa doveva partire, fu fissato che il fratello d’Angela l’accompagnerebbe sino alla diligenza che partiva alle tre per Cremona e di là per Milano... ond’ei prendesse di poi la via di Como.
Fu quella una triste sera di addii, di conforti e di speranze susurrate a fior di labbro e di lagrime che si raggruppavano sul cuore; il dottore stimò conveniente di ritirarsi, egli lanciò uno sguardo inquieto sul giovane, parve che un truce pensiero fosse balenato alla sua mente, lo guatò per un istante minaccioso e perplesso, Angela gli porgeva la mano con tenero abbandono, dal suo ciglio scattò un lampo, salutò di nuovo ed uscì!...
CAPITOLO XXII. Fatalità!...
Il castello ducale, ora castello Sangiorgio, opera imponente di cui l’antico feudalismo fece dono alla città colle sue lugubri e tetre memorie... torreggiava imponente nelle tenebre. L’acqua del lago che ne bagna i piedi pareva uno strato nero ed immobile, quasi drappo di morte steso intorno a quel tetro edificio; cupa verdacea ne lambiva le massiccie fondamenta, l’aliga cresceva sul suo fondo fangoso, rasente a quell’acqua aprivansi i suoi angusti spiragli, intorno ai merli anneriti, in larghe ruote volteggiava il falco, il gufo squittiva dai fessi della rocca.
Veduto allora che le tenebre della notte conciliano lugubri pensieri, quando la leggenda sembra evocare le sue ombre a popolare lo spazio, quel tetro edificio assume l’aspetto d’un immane fantasma; i suoi angoli scanellati sembrano tante braccia mostruose, la corona de’ suoi merli ti pare l’anguicrinita chioma d’una testa infernale. Tale era allora, e ben molti gemiti echeggiavano sepolti nelle oscure vôlte delle sue segrete e soffocati dal fragore delle danze che facevan risuonar di evviva! le vaghe sale dei ducali appartamenti allietati dalle risa e dai canti delle ganze dei Duchi. — Semi nascosti dall’ombra sinistra del castello, due uomini stavansi a tenebroso conciliabolo... l’orologio del palazzo suonava la mezza notte... Era uno di questi un omicciatolo tozzo e tarchiato, vestiva un abito castigliano su cui il tempo aveva segnata la lunga data di sua vita, e ne mostrava palese l’agonia, rattenuta a rappezzi. L’altro era alto di statura, aveva avvolta la persona da un nero mantello, portava in capo un feltro a lunga piuma parimenti nera; del volto non si vedeva che l’occhio bieco, fisso in qualche indiavolato pensiero: egli guardò dalla parte del lago... tutto era quieto... l’aria della notte umida e grave stendeva sovra le valli circonvicine un fitto manto di nebbie... si sentiva il batter d’ali ed il gracchiare delle anitre sparse a frotte dentro le acque paludose.
Tutto ad un tratto i nostri due uomini trasalirono. Essi attendevano al certo qualcuno, come lo dinotava l’attitudine inquieta dell’uomo dal mantello nero; l’altro impassibile e muto, aspettava. Di mezzo ai canneti che sorgevan dall’acqua tutt’intorno alla riva del lago, s’intese un rumore, come d’un serpente che strisci; si vide un’ombra guizzare sulle acque, un corpo nero romper di mezzo ai canneti, ed urtare la riva, era un battello guidato da un sol uomo che salutati con un cenno i due che l’attendevano disse loro, con tuono reciso saltando a terra:
— Eccomi!...