— È mezz’ora che t’attendiamo, marrano!... gli susurrò a bassa voce l’uomo del mantello.
— Vengo dall’altra sponda, eccellenza... e l’acqua è bassa là in fondo... preferisco lottare col diavolo che col pantano di queste maledette rive!...
Quegli che così aveva risposto all’uomo del mantello al quale avea dato il titolo di eccellenza, era una specie di gigante dalle forme erculee aveva una mano grossa e larga con dita e braccia pelose, portava in capo una calotta alla marinaja e vestiva un abito da pescatore; fosse egli o no finto, o fosse quello il suo vero mestiere, maneggiava la barca da maestro, e ne diè prova avvicinandosi alla riva senza che i due che l’attendevano s’avvedessero del suo battello che strisciava leggiero sull’acqua protetto dalla nebbia della notte.
— Non importa, gli rispose l’uomo del mantello, abbiamo tempo, e chi abbia volontà di lavorare, in poco tempo si fa molto e presto.
Il gigante legava il suo battello alla riva. Ad un cenno tutti e tre si scostarono dalla valle e presero per una straduccia che girava dietro al castello ed andava a sboccare in quella parte della città che fu cinta di mura e di bastioni dalla paura del dispotismo austriaco che vi si era trincerato speranzoso di eternarvisi.
— A domani, eccellenza? domandò il gigante.
— Domani, rispose l’uomo del mantello, e se sbagli il colpo, marrano, ti fo far cento leghe per corrergli dietro finchè tu l’abbia raggiunto, se te lo lasci scappare.
— Non fallo mai, eccellenza, gli rispose il gigante con truce sorriso, raddrizzandosi in tutta l’imponenza delle erculee sue forme.
L’uomo del mantello parve compiacersi di quella bravata, gli sorrise in aria di protezione e gli gettò una borsa.
— Per l’acquavite... il resto quando avrete finito, aggiunse salutando.