I due uomini ristettero parlando tra loro finchè l’uomo dal mantello allontanatosi frettoloso si tolse ai loro sguardi: imboccata allora la via oggi detta Fossato dei Bovi, passato il vicolo del Bargello, a cui guardarono di sghembo con una brutta smorfia, mossero dietro a sant’Andrea e s’appostarono come due vampiri nei dintorni della locanda del Giglio.
La locanda del Giglio era situata di fianco a quel vecchio casamento ove si stabilirono oggi le carceri della Pretura Urbana. Oggigiorno pure vi si vede una casa di vecchia apparenza vicino a cui fanno capo i carrettieri colle loro rozze ed i rivenduglioli nei giorni del mercato.
Alla locanda del Giglio stazionavano vetture da noleggio. Alle tre del mattino d’ogni venerdì e d’ogni lunedì ne partiva una per Cremona a treno fisso. In casi speciali però si davano mezzi di trasporto per dove avesser desiderio di recarsi i viaggiatori. Era una locanda accreditata per le premure dell’albergatore che vi tenea pronto servizio e buoni cavallari che facevano allegramente schioppettare le loro fruste sugli stradali battuti nelle corse.
La sera nella quale Adolfo aveva ricevuta la lettera che lo chiamava ad essere messo a parte del segreto che era per lui il tesoro più prezioso a cui riguardasse con un culto selvaggio ed ardente, cadeva appunto in lunedì ed ei si era recato alla locanda accompagnato da Roberto, il fratello d’Angela, che fissò rimanere con lui finchè ei si fosse partito.
Usciti quindi di casa ad ora ben tarda, scambiati gli addii e rinnovati gli abbracci, consumate le ore in quei nonnulla che sono le espressioni più vere per cui il cuore svolge tutte le sue sensazioni d’affetto nei momenti supremi d’una separazione, entrambi intrattenendosi della partenza, della famiglia d’Angela, del vicino ritorno, di una sperata felicità, d’un ridente avvenire; comunicandosi dubbi, sogni e speranze in quel confidente abbandono di due giovani cuori legati insieme dall’amicizia più tenera, si eran recati alla locanda del Giglio e vi avean chiesto da cena onde aspettare l’ora della partenza.
Sedevano ad un tavolo intrattenendosi tra loro; tutto ad un tratto Adolfo fe’ un atto di sorpresa.
— Che hai, Adolfo? gli domandò Alberto guardandolo fisso in viso come chiedendo una spiegazione a quell’atto repentino.
— Nulla, disse Adolfo, ognor più inquieto.
Nell’agitazione dell’addio egli avea dimenticato un piccolo amuleto che Angela gli aveva donato come pegno del suo affetto acciò gli ricordasse di lei nel breve tempo di sua lontananza.
Lasciare un dono d’Angela nelle mani istesse che glielo aveano donato, era nulla; egli l’avria ripreso con un bacio al suo ritorno, avrebbe sentito un rimprovero accompagnato da un sorriso. Gli avrebbe potuto rispondere che essa era tutto per lui e che nel momento della partenza egli non potea vedere che lei.