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Passano i mesi, e col rapido fuggire di essi, cresce la cupa melanconia di Adelia. Un non so che di vago, di indefinibile, la agita, la turba.
Quasi con timore ella fissa i suoi occhi in quelli di Carlo... le dolci parole di sua madre la conturbano... Ella china il capo quando favellandole amorosa le siede appresso.
Forse che più non m’ami?... Egli mi deve amare!... mormorò un giorno fra sè come reagisse disperatamente contro l’immagine d’un pensiero!... Che... che... debba avvenire... è d’uopo che egli sappia... E non finì; un singhiozzo convulso le soffocò la parola nella strozza, si coperse il volto colle mani e pianse.
È raccolta la famigliuola nella saletta da lavoro, il fratello di Adelia che era ritornato da qualche giorno, è ripartito per Padova.
Una zia di Adelia, sorella alla signora Caterina venne dalla campagna in quella vece a romper la noja per qualche giorno. Le due donne lavorano; Adelia pure trappunta; le sue mani piccole, bianche, agili, scrivono un nome sulla fina tela!... un nome che le suona così dolce sul labbro!... che gli echeggia così caro nel cuore!...
Carlo arriva... egli è più gajo del solito; il sorriso di Adelia si anima tosto della sua gioja... egli se ne impronta rapido come il cristallo che riceve la luce e che la spande d’intorno.
Eppure tutto ciò ha una forma vaga... assomiglia la calma del mare quando vicina freme la tempesta; tutti sono muti e sono tristi pensieri al certo che concentrano intorno a quel crocchio domestico quel silenzio sì cupo.
Adelia ha trascurato i suoi fiori, poi ha pianto per qualche esile pianticella che trovò appassita; le sembrò che fosse una speranza di meno che si sfrondava dall’albero delle sue illusioni!
Chè chè avesse però fissato... venne il giorno che nel suo pensiero Adelia ebbe fisso.