Quel giorno trascorse così. Perdifiato si lamentava tutto rattrappito sul letto. Dopo qualche ora si strappò dal fianco il corpetto, l'impiastro di pancotto, la cintola dei calzoni, e tutto scaraventò lontano da sè con ira. Si sentiva bruciare dentro, le viscere, come se avesse inghiottito e digerito una pietra infernale. I suoi occhi bovini, tondi e neri, pareva che per il gran dolore gli dovessero schizzar dalla testa, e che egli picchiasse la testa nel muro appunto per farli rientrare nelle orbite.

Era giorno di domenica. Prisca prese Accolito e lo portò ad una pozzanghera d'acqua salata che il mare aveva lasciato nel cavo d'uno scoglio, e senza pietà gli lavò il viso, le orecchie e le mani, che dopo quella lustrata brillarono al sole più nere che mai, perchè erano nere di natura. Anche Prisca era nera. La sua pelle aveva il colore del bronzo: era bruna e dorata, e lucida più del metallo. Asciugò Accolito nella sua sottana e poi gli infilò certe brachette di velluto nero e un camiciottino bianco ricamato. Sulla fronte gli spazzolò bene il ciuffo. Quindi, preso lo specchio, ch'era un pezzo di specchio tutto scheggiato, lo appoggiò ad un sasso, e, accoccolata, incominciò con il pettine, che aveva sì o no quattro denti, a districarsi i capelli, fitti e increspati come la lana. Ma non riuscì che a strappar qualche nodo e a sciogliere qualche ricciolo, e il resto le rimase tutto raggomitolato intorno al capo, che sembrava appunto un gran gomitolo di lana. Un nastro giallo se lo passò sotto la nuca e se lo annodò in due bei cornetti dritti nel mezzo della fronte. Poi, senza vergognarsi del mare che la guardava con i suoi mille occhi sfavillanti di sole, si spogliò nuda nuda, e in breve si rivestì degli abiti di festa, ch'erano certe calze di seta azzurra, un corsettino di lana rossa e una gonnella nera di panno. Alla cintola si annodò un altro nastro verde e i piedi li calzò con due belle scarpette. Così, tutta vestita bene, si accostò al letto dove Perdifiato non la finiva più di gemere e di agitarsi. Egli stava rivoltato con la faccia contro la parete e teneva le braccia intorno al capo. La coperta era tutta ammonticchiata in fondo al letto. Prisca si curvò e cercò quel nodo che Perdifiato aveva fatto in un angolo della coperta per racchiudervi la collana e le altre pietre preziose, lo sciolse, e, presa la catenina d'oro con lo smeraldo, svelta si allontanò senza essere nè veduta nè udita.

Nonostante i disordini della notte tutti erano per le strade in quel giorno di festa, e Prisca, tirando per la mano Accolito, non faceva minor figura delle altre donne giovani e belle che, a braccetto dei loro innamorati, tutte accese in viso per il sole che incominciava a scottare, con vestiti e nastri sgargianti, collane e braccialetti d'oro, se ne andavano dondolando da un marciapiede all'altro. Prisca era giovane, fresca, diritta, e Accolito non si sarebbe detto suo figlio. Ma a lei, tutte le altre domeniche, toccava di trascinarsi al fianco di Perdifiato, che non si staccava un minuto; e camminare tra la folla con quella gruccia e quella gobba era un tormento. Egli poi non stava zitto mai, e bastava che uno guardasse la sua donna, ch'egli si metteva a chiamarla per nome, perchè tutti sapessero subito che quel fiore gli apparteneva. Perciò quel giorno Prisca andava trionfante e libera, e tutti potevano guardarla quanto volevano, e averne da lei in compenso certi bei sorrisi bianchissimi. Ma il meglio sarebbe accaduto in Borgo S. Angelo, ch'era il quartiere dei ladri, dove Perdifiato l'aveva presa ragazza.

***

Perdifiato intanto si disperava, solo, nella grotta che già incominciava a riempirsi di ombra. Egli vedeva l'inferno aperto ai piedi del suo letto e tutti i diavoli rossi, con le corna e le forche, che ballavano nelle fiamme. Chiamava Prisca, chiamava Accolito, ma non gli rispondeva se non la propria voce fatta cavernosa. Aveva sete, e beveva ogni tanto un sorso d'acqua da un vaso di coccio che aveva accanto al letto. Ma quell'acqua, che era fredda finchè la teneva in bocca, appena passato il gargarozzo diventava bollente e pareva piombo liquefatto che gli colasse nelle viscere. Si sentiva morire. Si abbrancava con le mani alle pareti scabrose, ma certo sarebbe finito nell'inferno che lo aspettava laggiù spalancato. Sua moglie e suo figlio l'avevano abbandonato. Forse Prisca, tanto coraggiosa, avrebbe potuto scacciare quei diavoli rossi, chiudere quella buca arroventata con delle palate di sabbia! Disperato, egli invocò la Madonna del Parto, che aveva già salvato Prisca quando aveva dato alla luce Accolito; e benchè non sperasse più nulla, con sua gran meraviglia la vide d'un tratto apparire in una nuvoletta candida. Allora le offrì col cuore tutte le sue ricchezze. La Madonna gli disse: — Perdifiato, mi darai la collana d'oro con quello smeraldo ovale. La nuvoletta svanì, e Perdifiato afferrò la coperta e sfece il nodo. Ma non trovò la collana.

E tutti, vedendo passare Prisca con Accolito, le andavano incontro allegri, e, guardandola con ammirato stupore, le dicevano: — Oh! fiorita come una rosa di maggio, la nostra bella Prisca! E il gobbo se l'è bevuto il mare? Come siamo sgargianti! E questa bella collana, con questo bello smeraldo, chi ve l'ha regalata? Dalla gobba dello sposo è uscita? E ridevano, e Prisca rideva più di loro. E gli uni le dicevano, additando Accolito: — Il fagotto più grosso, manco male, l'hai lasciato a casa. Ma anche questo fagottello qui, perchè non lo butti in mare? Accolito si metteva a piangere, e allora Prisca gli dava due sculacciate e gli gridava: — Stupido come tuo padre! Non vedi che te lo fanno apposta? Ed altri diceva strizzando l'occhio: — Eh! Eh! la nostra bella Prisca, che collana ha messo su! Le donne, specie le ragazze da marito, che vedevano come tutti i giovani le corressero dietro a farle mille grazie, bisbigliavano arricciando il naso: — Ohibò! Dove l'avrà tolta quella collana? L'avrà mica rubata?

Perdifiato vedeva la buca dell'inferno ai piedi del suo letto allargarsi sempre più, e gli pareva che le fiamme che ne uscivano fossero lunghe fino al soffitto. Tutto per quella collana che la Madonna gli aveva chiesto, e ch'egli non le poteva dare! Eppure l'aveva annodata nell'angolo della coperta con le altre pietre preziose. Ma ora non c'era più. Disperato si gettò colla faccia contro il letto e rimase così irrigidito nello spasimo che gli lacerava il fianco, finchè non gli parve di vedere, nell'ombra che ormai riempiva la grotta, splendere una fioca luce. Allora alzò il capo e vide Prisca che, tenendo in mano un moccolo di candela, stava curva a guardarlo. Ma subito vide anche pendere dal suo collo lo smeraldo che oscillava come una stella verde, e con un grido furioso glielo strappò, e, stringendolo nel pugno chiuso, si rovesciò svenuto sul letto.

***

Quando Perdifiato fu guarito e potè alzarsi dal suo giaciglio, prese la gruccia e se ne andò in città. Là, in cima a una gradinata altissima, sorgeva una vecchia chiesa sul cui frontone era scritto a grandi caratteri: Virgo tua gloria partus, dove Perdifiato entrò segnandosi. La Madonna, che gli era apparsa in sogno vestita di rosa e d'azzurro, stava ora seduta in una nicchia fra due colonne, tutta coperta di cuori d'argento, e non aveva quel vestito celeste, ma era tutta di marmo bianco, salvo il piede che era d'oro. Tante lampade pendevano intorno intorno alla nicchia e in ognuna brillava tremando una fiammellina. Contuttociò la nicchia era piena d'ombra. La Vergine aveva in capo una mitra d'oro altissima, e il Bambino, che ella teneva in piedi sulle ginocchia, aveva pure una mitra d'oro, ma un poco più piccola. Ma mentre il pargolo era tutto nudo, la mamma portava sul vestito di marmo una specie di corazza tutta scintillante d'oro e di gemme, e intorno al collo dieci file di perle d'ogni grandezza, e alle dita anelli che splendevano come fari. Perdifiato, prono dinnanzi a quell'immagine, la contemplava estatico, e si domandava perchè mai la Madonna, che aveva già tutti quei gioielli meravigliosi, avesse chiesto a lui, povero ladro di poca fortuna, la sola collana che in vita sua gli fosse riuscito rubare. Egli cercava una risposta a questa domanda e non la trovava. Finchè i suoi occhi non si posarono sopra quelle file di perle che cingevano il collo della Vergine, e allora credette di averla trovata, perchè veramente eran tutte collane di perle, e non ce n'era nemmeno una che avesse uno smeraldo. Allora Perdifiato si alzò lentamente, e senza staccare gli occhi dal volto della Madonna, la quale pareva seguire ogni suo atto con quelle sue pupille bianche, andò verso un frate che, pregando a testa bassa, teneva sulle ginocchia un piatto d'argento. Con un gesto umile, quasi vergognoso, egli trasse di tasca la collana dallo smeraldo, e, sospirando, la lasciò cadere tra le monete di rame di cui quel piatto era pieno. Il frate senza interrompere le sue preghiere assentì gravemente col capo, e disse con un po' più di voce: Ave Maria gratia plena, domin... tec... benedi... E il resto si perdè in un bisbiglio.

***