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Ora gli premeva di sapere due cose, e perciò aspettava la luce del giorno: prima di tutto se in quei cartocci che stavano nella valigia ci fosse qualche cosa di buono; poi se la ferita che lo faceva soffrire, e non voleva stagnarsi, fosse grande o piccina, soltanto un graffio oppure un buco profondo. Finalmente un po' di chiarore si fece nell'aria, e Perdifiato, rovesciata la valigia in una specie di buca fatta nello scoglio, incominciò a passare uno dopo l'altro gli involti di carta velina, e non c'era piega ch'egli lasciasse inesplorata. Con sua infinita gioia in uno trovò una pietruzza che al tasto e al colore, alla rotondità, riconobbe per una perla. Era una bella perla bianca, grossa come un cece. Poi trovò, in un altro cartoccino rimasto intatto, quattro o cinque pietre giallognole, trasparenti, lavorate come il brillante, ed erano quattro o cinque topazi. Infine trovò, proprio quando aveva perduta ogni altra speranza e non rimanevano nella buca se non pochi straccetti di carta, una collanina d'oro da cui pendeva uno smeraldo ovale. Perdifiato stava guardando quello smeraldo contro luce per vedere quanto fosse limpido e trasparente, quando un dolore acuto gli attraversò improvvisamente il fianco ferito e gli strappò un lamento. Si rovesciò allora il corpetto, e si vide tutto sporco di sangue. Sotto le costole gli si apriva un taglio di coltello largo due dita che doveva essere profondo assai. Perdifiato si arruffò disperato i capelli sulla fronte e capì che di quel colpo poteva morire. Infatti si sentiva a poco a poco mancare le forze, e già gli occhi gli si annebbiavano. Chiamò con tutta la sua voce: — Prisca! Accolito! — e cominciò a tirar sassi nella grotta per svegliarli.
Prisca dormiva profondamente nel suo letto fatto di stracci e di foglie secche, e sognava di esser presa in mezzo da quattro o cinque giovani che portavano tutti un garofano in bocca e la volevano ad ogni costo spogliare. Ella teneva un braccio disteso e la sua bella testa, bruna e crespa, posata su quel braccio. Si agitava tutta nel sogno e dalle sue belle labbra sorridenti uscivano di quando in quando piccoli gridi lamentosi, come se realmente ella si trovasse alle prese con una muta di innamorati. Uno dei sassi che Perdifiato tirava nella grotta la colpì alla spalla e la destò spaventata. Ed ella, rizzandosi con un salto a sedere sul letto, subito con la mano si nascose i piccoli seni tondi e rosei nella camicia, e si guardò intorno con occhi torvi, come se contasse di non vedere che nemici. Ma non vide nessuno, se non Accolito che, coricato al suo fianco, ronfava con le labbruzze aperte e gli occhi rovesciati, che mostravano fra le palpebre brune un filo di bianco, e parevano due castagne tagliate. Ma subito dopo udì la voce di Perdifiato che la chiamava, e curvandosi sopra un fianco, vide anche lui, nell'arco chiaro della grotta, che si stringeva la faccia con le mani e si torceva come se avesse le doglie. Ella saltò su in piedi, e infilatosi alla svelta un gonnellino, scalza andò a vedere che cosa avesse il suo caro marito per lamentarsi e dimenarsi così.
— Crepa! esclamò poi strofinandosi gli occhi cisposi. Chi ti ha pregato di andare? Manco se avessi tre gambe invece di una, e un paio di ali invece di quella gobba dannata!
— Andiamo, disse Perdifiato che non ne poteva più dal dolore, mettimi a letto e fammi un impiastro...
Prisca lo prese per le spalle e lo trascinò sul letto dal quale s'era alzata allora. Poi ritornò fuori, e raccolta la perla e la collana con lo smeraldo e i topazi che erano posati sulla pietra, li mostrò a Perdifiato e gli chiese:
— Questi cosa sono?
Perdifiato glieli tolse di mano con violenza e senza rispondere li annodò stretti stretti in un angolo della coperta. Prisca si avvicinò a un fornello piantato in un angolo fra quattro sassi, su cui stava una pentola di coccio, e nella pentola c'era un po' di pancotto che galleggiava in un brodo nero. Prisca prese un cencio e se lo distese sulle ginocchia. Poi prese un po' di quel pane spappolato e ne fece una specie di focaccia larga come una mano. Lo involtò bene bene nel cencio e, sollevato il corpetto di Perdifiato, gli appiccicò l'impiastro sulla ferita.
— Non aver paura! disse con sarcasmo. L'anima tua da questo buco non ci passa!
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