Ma due mani possenti lo afferrarono per le spalle, e altre due mani gli abbrancarono il ginocchio, e Perdifiato, barcollando, sentì che quello che lo stringeva alla gamba cercava nell'ombra l'altro ginocchio, per agguantarlo, e non lo trovava. Intanto quello che lo teneva abbracciato per le spalle diceva:

— Maggiolino, cavagli questo fagotto che ha sulla schiena!

Allora sentì la stretta del ginocchio mollare, e due mani gli si infilarono sotto il corpetto e incominciarono a palpargli la gobba.

— Non viene niente! gridò indispettito il ragazzo, che era quello che lo frugava.

Allora l'altro prese Perdifiato per i capelli e lo scrollò con tanta forza, che, perdendo l'equilibrio, egli cadde lungo disteso per terra.

— Lasciatemi andare! gemette. Sono un poveraccio anch'io!

In quel mentre s'udì uno scalpiccio di gente che si avvicinava correndo, e allora quello che gli stava sopra gli assestò un pugno nelle costole, e se ne fuggì a precipizio seguito dal ragazzo che dileguò subito con lui nel buio.

Perdifiato rimase qualche minuto immobile, senza respiro, per l'acuto dolore che sentiva alle costole. Poi, quando non udì più alcun rumore, cercò di sollevarsi, e palpandosi il fianco sentì che versava sangue.

— Maledetti! gemette. M'hanno bucato!

E premendosi con una mano la ferita, e con l'altra aggrappandosi al muro, si alzò in piedi, ritrovò la gruccia, la valigia e le scarpe che, sfuggendogli di mano quando era caduto, erano rotolate poco lontano, e ansando disperatamente raggiunse la grotta dove Prisca ed Accolito dormivano ancora ignari di tutto.