Alla prima luce dell'alba gli amici si riconobbero da una barricata all'altra. Dapprima non credettero ai loro propri occhi, poi si guardarono in faccia meravigliati, e allibirono. Il primo impulso fu, nei capitani, di rifarsi una reputazione continuando a combattere fra di loro. Ma i gregari s'affrettarono a sventolare bandiere e fazzoletti rossi, e qualcuno certo maledisse il sole il quale impediva che quelle fiaccole di cenci si spegnessero come s'erano spente nella notte le torce di resina. Su quella pace presto fatta da nemici che eran partiti all'assalto sotto la stessa bandiera, spuntarono lampeggiando alla luce dell'aurora le lance fitte della cavalleria.

***

In una certa grotta scavata nella scogliera, al di là del faro, Perdifiato, seduto in faccia al mare, aspettava pazientemente che spuntasse la alba. Il mare era livido e agitato, e vomitava contro lo scoglio ondate tutte bavose che si rompevano mugghiando sui suoi fianchi scoscesi. Poi con fischi e singhiozzi assordanti se le risucchiava in tanti mulinelli vorticosi, e, rigonfiandosi tutto, le risputava infuriato contro l'alta scogliera. Non si distingueva ancora la luce di levante, dove il sole insinuava tra cielo e mare la punta d'un raggio pallido pallido, dalla luce di ponente, dove la mezza luna, ancora tutta fuori dell'orizzonte quantunque già coricata, guardava di traverso le ombre a poco a poco sfumare sulla terra. E già i gabbiani, usciti dai loro nidi, assalivano il vento a testa bassa remando affannati con le ali tutte distese. Perdifiato, cercando di allontanare dagli occhi i ciuffi di capelli spioventi che gli impedivano di vedere, malediceva in cuor suo il boia destino che invece di dargli due ali possenti come quelle dei gabbiani, gli aveva anche tolta una gamba, per cui egli doveva tutto fare con una gamba sola, cercando di aiutarsi alla meglio con una stampella di legno. Almeno la gobba, che il destino, previdente di ciò che gli sarebbe mancato poi, gli aveva appioppata sul groppone fin dalla nascita, e di cui egli non sapeva che farsi, avesse potuto cambiarla con un'altra gamba! Ma no! La gamba se ne era andata sotto un carro, e la gobba gli era invece rimasta. E lo chiamavano Perdifiato appunto perchè, camminando con quella stampella e quel fagotto sempre appeso alle spalle, pareva a tutti che per la gran fatica dovesse mancargli da un momento all'altro il fiato.

Se avesse avuto tutte e due le gambe come una volta, anche la gobba gli sarebbe sembrata più leggiera. Ma certo egli non le avrebbe impiegate, come quegli stupidi gabbiani impiegavano le loro ali, a lottare contro il vento senza nessuna speranza di poterlo attraversare. Se mai si sarebbe messo a gareggiare con lui, per fare a chi correva più veloce, e tanto meglio se il vento, prendendolo in poppa, lo avesse anche aiutato. Allora non gli sarebbero occorse due ore per arrivare da quella grotta maledetta al centro della città, e poi altre due ore per mettersi in salvo prima dell'alba. Ma così conciato, che avrebbe potuto fare di più? Appena aveva visto fiammeggiare l'incendio nel porto s'era messo a correre, e, rischiando ad ogni passo di schiantarsi anche quell'unica gamba che gli rimaneva, aveva fatto salti da cavalletta su per la scogliera e poi lungo il molo tutto ingombro di travi, di corde, di àncore, di botti. L'anima agitata gli avrebbe messo le ali ai piedi, se ne avesse avuti due. Ma a una gruccia, a un povero pezzo di legno, come poteva mettere un'ala? Sicchè tutto sfiatato, era giunto appena in tempo a intrufolarsi in una certa bottega che aveva la porta sfondata, giusto per spigolare quello che gli altri più fortunati, cioè più veloci di lui, vi avessero per caso dimenticato. Con un moccoletto s'era messo a frugare, e per quanto quella fosse la bottega di un gioielliere, non aveva trovato se non un paio di vecchie scarpe, in un angolo, in un altro una valigia usata, sopra un tavolo una lente d'ingrandimento e un poco più in là una bilancia di precisione. Nel fondo di uno scrigno di ferro, che doveva aver dato molto da fare per aprirlo c'era un mucchio di cartoccini di carta velina che certo erano stati pieni una volta ma ora parevano tutti vuoti, mezzi strappati e sfatti. Perdifiato, affondando scrupoloso la mano nel mucchio, credette di sentirne uno ancor pieno. Allora, per non perdere tempo, aperta la valigia, vi rovesciò dentro tutta quella carta, e, confidando nella fortuna, così carico di quel magro bottino prese la via dell'uscita.

Ma il ritorno non era andato così liscio come si poteva sperare. Sotto un arco buio aveva fatto un incontro che per poco non gli era costato la pelle; perchè, mentre se ne andava tutto saltellante per la via più breve, due ombre si eran staccate da un angolo e gli avevano sbarrato il cammino.

— Olà! diceva una voce rauca, d'uomo, tu prendilo per il collo e tiello fermo...

E un'altra voce, che pareva di ragazzo, diceva:

— Sbattilo al muro e io lo frugo.

Perdifiato si sentì veramente mancare tutto il fiato che dopo tanto correre ancora gli rimaneva, e balbettò:

— State boni ragazzi! Per chi mi prendete?