Un poco più tardi le strade si animano veramente, quando i carretti degli erbivendoli e dei merciai aprono il loro commercio, e i portinai, ramazzato il loro tratto di marciapiede, si dispongono a tener cattedra di pubblica istruzione, e i commessi di negozio con mazzi di chiavi e paletti e strani ordegni, come bande di svaligiatori, danno l'assalto alle botteghe, ne alzano le saracinesche, ne spalancano gli sportelli, e mettono sulla strada le mercanzie come se fosse roba rubata. Allora la città perde ogni carattere, tutto è confusione, disordine, tumulto, e per spiccare su quella marea rumorosa e agitata di gente che invade le strade, corre, grida, si urta, e più cerca di sopraffarsi più si perde e si confonde nel caos, non basta più la modesta personalità di ciascuno, fatta di un certo modo di camminare o di portare il cappello, di un naso troppo lungo o di un abito bizzarramente tagliato, ma bisognerebbe essere il Re in persona, in una berlina dorata con sedici pariglie candide, staffieri in gala, e trombettieri che non si stancassero mai di soffiare a gote piene nei loro corni d'argento.
Ma Silvio non la pensava così quando, alleggerito del peso della collana, uscì dal gioielliere e s'incamminò verso un mercante di pellicce, dove si proponeva di comprare quel pastrano verde con colletto di lupo e quel berretto di lontra che Silvina gli vide addosso nell'aprire gli occhi. Silvio credeva che tutti riconoscessero in lui un uomo straordinariamente ricco e felice; e avrebbe voluto chiedere a ognuno che passava se la città intera fosse da vendere. Così, ciecamente beato, a passo di bersagliere, la fronte alta, gli occhi ridenti, se ne andò, Silvio, incontro alla propria rovina.
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Due giorni dopo Silvina era fra le braccia del principe Stanislao e con garbo gli carezzava i riccioli neri della parrucca, senza pensare che da quelle carezze non gliene poteva venire alcun brivido. — E oltre tutto, concludeva Silvina, m'ha lasciata anche senza la mia bella collana!... — Povera Silvina! esclamò il principe, quella collana vi era dunque tanto cara? — Era il solo ricordo che avessi di mio padre! E poi dove trovare uno smeraldo altrettanto bello e perfetto? Povero papà mio! Se lo sapesse! — Infine, Silvina cara, disse il principe, non vi disperate così. Se non sarà una collana con uno smeraldo altrettanto perfetto e fulgido, sarà un'altra collana non meno preziosa di quella.
Silvina si consolò. Quel giorno stesso il principe la mise in una bella carrozza tirata da due focosi cavalli e la condusse di galoppo dal primo gioielliere della città. Le vetrine di quel gioielliere eran mille volte più risplendenti della famosa caverna di Alì Babà, perchè vi si vedevano radunate, in molli conchiglie di velluto violetto, gemme d'ogni grandezza e colore, dalle quali si sprigionavano, come da un firmamento di fuochi artificiali, raggi sottili, acuti e tremoli che, attraversando la strada, s'andavano a rifrangere in variopinte luci sulle facciate delle case incontro. Erano gioielli finemente lavorati, zaffiri, rubini e brillanti sposati con opali diafani, perle rosee, cupe ametiste, trasparenti acque marine, e tutti racchiusi in preziose legature. Alcuni di essi uscivano per la prima volta dalle mani dell'orafo, tutti fiammanti e lucidi; altri avevano appartenuto ai Raià delle Indie Inglesi, all'Imperatrice della Cina o al Sultano dei Turchi, e dalla loro profondità traspariva, come in certi begli occhi stanchi, una luce che parea consumata. La folla che passava dinnanzi a quella bottega tuffava per un attimo le pupille avide e meravigliate nel chiarore abbagliante dell'oro e delle pietre preziose, e poi s'allontanava maledicendo il diavolo tentatore che per trascinare gli uomini in perdizione si serve anche di piccoli pezzi di vetro colorato.
Silvina e il principe avevano chiesto di vedere qualche bella collana. Erano seduti dinnanzi ad un tavolo, e il gioielliere, inforcati certi occhiali azzurri dietro i quali era scomparso il suo sguardo, aveva incominciato a trarre da uno scrigno di ferro massiccio collane dopo collane, e veniva ora allineandole sotto i loro occhi, in silenzio. Prima fu una collana di perle e diamanti neri con qualche rara lacrima d'opale; poi una collana di perle candide alternate con ametiste e zaffiri di una profondità notturna; poi ancora una collana tutta di rubini quadrati ed una di onici e di brillanti. Silvina guardava estatica quei vezzi degni di una regina e non sapeva dire quale le piacesse di più; quando, con sua gran meraviglia, vide le mani magre e tremanti del gioielliere porgerle sopra un piccolo scudo nero una collana d'oro semplice al cui centro splendeva un superbo smeraldo. Il suo cuore palpitò. Era quella proprio la sua collana! Il principe Stroztki disse vedendola: — Non mi sbaglio? Questa, Silvina, sembra tutta la vostra collana. — Il gioielliere commentò lentamente: — È la meno preziosa. Ma, per me, la luce di questo smeraldo vale tutte le altre. — Silvina non sapeva staccare gli occhi da quella pietra verde che col suo splendore la teneva incantata. Ma chiuse le palpebre e disse: — No, Stanislao, non è certamente la mia collana. — Ella scelse invece quella tutta composta di rubini, e volle che subito il principe gliela allacciasse al collo. Così Silvina rinnegò per l'ultima volta il suo passato, e la collana di Daria fu nuovamente rinchiusa nello scrigno del gioielliere.
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Poco tempo dopo in città scoppiò una sommossa. In una chiara notte di maggio alcune navi nel porto improvvisamente s'incendiarono e, fumando come vulcani, vomitavano cenere calda e scintille che il vento faceva roteare sui tetti come frecce arroventate. Da per tutto si sparse un puzzo asfissiante di catrame e di pece, e sembrò che la luna, che era bianca e limpida in cielo, sbavasse sulle facciate delle case e sulle strade deserte la luce rossa di un sole equatoriale. A quel pauroso allarme la folla si riversò per le vie e venne gridando sul molo. Ma quando vide dai silos accorrere un'altra folla urlante che recava fiaccole accese e scale altissime, indietreggiò terrorizzata, e di nuovo le strade si vuotarono. Come se un ciclone si fosse improvvisamente abbattuto sulla città, e per le vie e le piazze corressero fiumi vorticosi di libeccio, era tutto uno sbatacchiar d'imposte e di finestre e di porte, che via via si chiudevano con cupi tonfi, soffocando nelle case e negli anditi bui le voci spaventate delle donne e dei fanciulli, le rauche bestemmie degli uomini.
Dal porto i rivoltosi salivano a ondate di migliaia, correndo compatti dietro i portatori di torce. Attraversato il mercato, si precipitavano in mezzo alle case per vie diverse, gli uni passando per il quartiere dei cotonifici, gli altri in direzione della cattedrale, altri ancora verso il quartiere degli armatori e dei banchieri, e tutti andavano poi a convergere verso il centro della città. Le torce delle prime colonne erano già consumate e spente, quando ancora le ultime ondate con le loro fiaccole accese non avevano attraversato il mercato. Dove queste s'incontrarono con quelle nacquero mischie spaventose. I portatori di fiaccole, trovandosi improvvisamente di fronte a colonne che tumultuavano al buio, credettero d'essere caduti in un agguato. In breve una battaglia furibonda s'impegnò fra le due parti, finchè anche le ultime torce consumate si spensero e la moltitudine continuò a combattere furiosamente al buio. Ciascuno credeva di avere di fronte un esercito di soldati. Da ogni parte si drizzavano barricate. E dietro le barricate, incuranti di quella inutile strage, i ladri che senza nè fiaccole nè lanterne nè clamori, alla spicciolata, erano accorsi dai quartieri più eccentrici al primo odore di tempesta, svaligiavano tranquillamente le botteghe, caricavano i carretti che s'eran trascinati dietro correndo, e curvi sotto montagne di fagotti se ne andavano pacifici per i fatti loro.