II.

Non ricordo se allora mi assopii, o se soltanto mi abbandonai a quella voluttà da povero diavolo, smarrendo in essa ogni altra sensazione esteriore, ogni mio pensiero. La notte doveva essere inoltrata molto, anzi non doveva essere molto lontana l'alba, quando mi parve di udire proprio al mio fianco, dietro il mio capo, un singhiozzo soffocato, come uno scoppio di pianto subitamente represso. Mi levai a sedere sul letto, annaspando nell'ombra. Trattenni il respiro per non turbare il silenzio che mi circondava da ogni lato, prossimo ed infinito. La stanza era buia, ma un pallido chiarore traspariva dalla finestra, tanto che vedevo i fiocchi di neve cader lenti lenti sparpagliandosi sul davanzale, e mi pareva ancora di salire, di salire in alto, non più rapito entro una nuvola, ma come se tutta quanta la casa volasse assunta in cielo. Non c'era nessuno nè accanto a me, nè dietro di me, tra il letto e la parete, tra la porta e il letto. Ma un altr'uomo stava nella stanza attigua, cioè in questa stanza, accanto a questo letto dove ogni notte ora mi corico disperatamente solo, e come me tratteneva il respiro aguzzando l'orecchio, cercando me nel silenzio, come io cercavo lui, e lo aspettavo in agguato. Ah! la pazienza gli venne meno troppo presto. Fu egli il primo a stancarsi.

— Non piangere, disse quella voce irosa di uomo. Scoppia, se vuoi, ma non piangere... Qualcuno è venuto ad abitare di là... Te l'ho detto! Non piangere...

Parlava di me.

— Taci, taci, diceva sempre più cupa, sempre più minacciosa, quella voce; è un certo Paris. Mi conosce. Lo conosco. L'ho intravveduto quando era là con Savina. Ti dico che si metterà a urlare, se ti sente piangere. Vuoi che si desti tutta la casa? Vuoi che per farti tacere io ti strangoli?

Queste parole furono pronunciate ancora con maggior violenza. Ma chi le pronunciò ebbe paura di aver forzata troppo la voce, e tacque. Chi era? Mi conosceva per nome? Aveva detto: Paris? Il suo accento mi riusciva nuovo. Certo, di giorno, con altra gente, quell'uomo doveva avere un'altra voce, un ben diverso accento. Intanto, nel silenzio, percepivo un singhiozzare fioco fioco, lontano, che pareva d'un fanciullo o d'una donna che piangesse con il capo avvolto in una coperta di lana o sepolto sotto un cuscino. Dopo questa breve pausa egli ricominciò a parlare sommessamente.

— Tu devi persuaderti, disse, ed è inutile piangere. Se non ti persuaderai, una di queste notti avrai finito di piangere per sempre. Vedi tua madre? Lei non piange più...

— Ma io non posso, te lo giuro, non posso, è più forte di me! gemette quella voce fioca, che era certamente d'una donna e d'una donna giovane (era la voce di Luisa).

Allora il maschio si raddolcì.