— Sciocca! E non vedi che piangere ti fa male, che diventi ogni giorno più brutta? disse in tono quasi pietoso, come per consolarla. Perchè? Perchè sprecarsi così? A che giova? Povera piccola, su, su, sii ragionevole... Questa vita non è poi mica una gran gioia neppure per te. Fra poco sarai vecchia... E allora?...

Si interruppe.

— Ma cosa vuoi fartene, le gridò improvvisamente ridivenuto rabbioso, scuotendola, (il letto scricchiolò tutto sotto le sue mani), di queste tue quattro ossa schifose? Di questa tua stupida verginità? Peuh! A chi vuoi darla? Chi vuoi che se la prenda? Che cosa credi di avere, tu, qui?

Rovesciò una sedia.

— Lasciami uscire! gridò a voce spiegata. Non ne posso più!

La porta della stanza vicina sbatacchiò, dei passi attraversarono il corridoio in gran fretta, precipitarono giù per le scale e si spensero.

Rimasta sola, la donna si alzò dal letto, corse all'uscio, lo chiuse a chiave. Poi mi parve che si gettasse nuovamente distesa contro i cuscini, e singhiozzando senza più freno implorò: — Mamma, mamma...

Doveva esserci anche un cane, chiuso con lei in quella stanza, perchè alla sua invocazione rispose una specie di brontolio cupo, inarticolato, appunto come il brontolio di un cane. Era sua madre, la madre di Luisa. Era lei, la stessa che ora, se alzo gli occhi dal foglio su cui scrivo, vedo laggiù nell'angolo buio della stanza, affondata nella sua poltrona, dove sta sempre con il capo piegato sul petto come se fosse staccato dal corpo e pendesse appena trattenuto da un filo; e sgrana, fra le mani scheletrite, il rosario che sarà consumato prima della sua vita che non si consuma mai! Ma, allora, questo rantolo sommesso che esce senza posa dalle sue labbra morte, mi parve il brontolìo di un cane. Poi tutto ripiombò nel più profondo silenzio.

Mi ricordo che poco dopo mi riassopii, richiudendo le palpebre sul biancore livido di quell'alba invernale, e che quando mi ridestai era giorno fatto, in piena mattina. Non nevicava più. Anzi c'era nel cielo grigio plumbeo una trasparenza diffusa, pallida e lontana, di luce gialla, solare. Quella luce poteva bene illuminare di speranze nuove un cuore meno distrutto del mio, meno buio. Ma io la contemplai senza provarne alcuna gioia, e neppure mi mossi per avvicinarmi a lei, alla finestra. Così, supino, stavo senza pensiero. Non mi sarei mosso più. Perchè avrei dovuto alzarmi? Non volevo più vedere nessuno, non parlare più. Non avevo più nulla da dire a nessuno. Non aspettavo, non desideravo più nulla. Mi sarei sentito meno solo in un deserto africano, in una landa artica. E sarei anche stato infinitamente felice. Ma un rumore nella stanza attigua, cioè in questa stanza, introdusse nel mio deserto, nella mia landa spopolata, almeno una persona viva alla quale non potei fare a meno di pensare. Chi era costei? Quella stessa che, nella notte, avevo udito singhiozzare e disperarsi, o un'altra? Una voce femminile, che non riconobbi, che mi parve di non aver udito mai, si mise a bisbigliare. Non distinguevo le parole, ma mi pareva che fosse una preghiera. Allora mi levai a sedere sul letto, e appoggiai l'orecchio alla parete. Poi non seppi resistere e bussai tre colpi. La voce tacque.

Io domandai sommessamente: