— Chi siete?

Non rispose.

— Chi era, domandai ancora, a voce ancora più bassa, questa notte, qui, che piangeva?

E soggiunsi:

— Eravate voi?

Ma neppure allora rispose, ed io mi lasciai ricadere sul letto.

Da quel momento, appunto, Luisa incominciò a camminare in punta di piedi: abitudine che non abbandonò più, da allora in poi. Se non avessi udito il fruscio delle sue sottane, lo stropiccìo dei suoi abiti contro i mobili, mi sarebbe sembrato che ella non si movesse più, o che la stanza fosse vuota. Faceva meno rumore d'uno che cammini sopra il più morbido dei tappeti, anzichè sopra un orribile impiantito di mattoni rotti e sconnessi come questi: e pareva scalza, o un'ombra che trasvolasse sospesa da terra. Allora mi ricordai, per una strana coincidenza di idee, delle pantofole che Pietro Suavis portava sempre in ufficio per potersi avvicinare silenziosamente ad ognuno di noi e sorprenderci in ogni momento del nostro lavoro. Egli si alzava dal suo banco, che era nascosto da un paravento a destra dell'uscio, e, attraversata a piccoli passi l'ampia stanza, si veniva a mettere pian piano dietro le spalle ora dell'uno ora dell'altro. E quando, vedendo con la coda dell'occhio la sua ombra lunga e nera apparire da un lato, ci buttavamo giù col naso sui registri, egli con un colpo di tosse rivelava la sua presenza e a piccoli passi silenziosi si allontanava.

Che cosa gli poteva importare, in fin dei conti, se qualcuno interrompeva il proprio lavoro per dare un'occhiata al giornale o per scrivere una lettera di condoglianze alla vedova d'un amico? Ci pagava forse lui, di tasca propria, il magro stipendio d'ogni mese, grazie al quale nessuno di noi poteva, come invece avrebbe desiderato, morire liberamente di fame? L'anima triste di tutte le amministrazioni era racchiusa in quelle sue maledette pantofole.

Improvvisamente mi rovesciai di dosso le coperte e mi buttai con un salto dal letto. Quel giorno era appunto l'8 dicembre. Me ne ero dimenticato, come se quel giorno non dovesse più esistere nel calendario. Ma invece, eccolo: era proprio lui. Io avevo un impegno d'onore per quel giorno, e me ne ero dimenticato. No. Non poteva assolutamente scegliere l'8 dicembre per dire addio al mondo, per rompere ogni mio rapporto con il prossimo. Come spesso una cosa da niente muta il corso d'un'intera esistenza! Più che in fretta tuffai il viso nel catino di acqua ghiaccia, m'asciugai in un lembo del lenzuolo e, infilato il mio vecchio soprabito, mi lanciai di corsa giù per le scale. Urtai alcuni signori vestiti di nero e in tuba che salivano lentamente, uno dietro l'altro. Nemmeno mi scusai. Anche per la strada continuai a correre, perchè tutti gli orologi che incontravo ogni tanto sui cantoni mi dicevano quanto fossi in ritardo. Infatti Esposito mi aspettava camminando nervosamente su e giù nel cortile, e quando mi vide giungere trafelato, ansimante, mi venne incontro a braccia aperte e mi strinse a sè come se temesse che gli potessi sfuggire.

— Incominciavo a disperare, amico mio! mi disse tutto d'un fiato. Ma, Dio grazia, sei venuto! Tutto è in ordine. Tutti i registri pronti sul mio tavolo. Non hai da fare altro che sederti al mio posto. Addio, addio! Ora debbo scappare! Certamente Lisa m'aspetta... (Alvisa? Adalgisa? il nome che egli pronunziò mi sfuggì proprio in quel momento). Ti ho detto tutto? La chiave del cassetto di destra è nel cassetto di sinistra. Per il resto rivolgiti a Pròchipo...