Si staccò da me ed infilò l'androne. Prima di svoltare, mi gridò:
— Non temere: dopodomani sarò puntuale come un orologio!
Salii lentamente i primi gradini. Sudavo per la corsa che avevo fatto, e dovetti più volte asciugarmi la fronte con la manica del soprabito. Pensavo: — Come un orologio! Come se tutti gli orologi fossero puntuali! Veramente quella grande scalea, a gradini larghi e bassi di mattoni consumati sui bordi, tutti buche e frane, sembrava che salisse lungo il dosso d'un monte, e che per quella via fossero passate moltitudini innumerabili, moltitudini di piote umane. Forse per ciò lo chiamavano Monte di Pietà, poichè quello era il monte e la pietà ce la portavano con le loro miserie tutti i poveri diavoli che da infinite generazioni salivano quella scala. Quando entrai negli uffici, vi fu un movimento di stupore tra i miei colleghi. La sera innanzi avevo detto addio a tutti.
— Vi lascio: da domani non verrò più. Ho deciso di abbandonare l'impiego e di ritirarmi a vivere per conto mio. Vivere? Che vita sarà poi la mia? Ma non importa. Meglio morire di fame che vivere a questi lavori forzati.
— Beato te, avevano risposto. Ma che morire di fame! Avrai trovato di meglio. Già lo sapevamo che qui non saresti rimasto. Hai dei poderi, tu. Te ne ritorni in campagna...
— Oh! oh! i poderi! avevo soggiunto. Bei poderi davvero! Finì il tempo dei poderi. Ma me ne vado lo stesso. Fortuna a voi, amici cari. Buone cose.
Allora dissi a mia giustificazione:
— Debbo sostituire ancora Esposito per due giorni. Me ne ero dimenticato.
III.
Mi sedetti al tavolo di Esposito. C'erano sopra tanti registri aperti l'uno sull'altro, con tante polizze appuntate con uno spillo al bordo d'ogni pagina. Ma non osavo toccare quei registri, non potevo toccarli. Avevo detto addio a tutte quelle orribili e stupide cose, e a ritrovarmele dinnanzi ne soffrivo come d'una nausea. Occupavo la sedia di Esposito. Questo era il mio stretto dovere: provare, sedendo a quel posto, che Esposito era presente. Certamente se avessi voluto aprire il cassetto di destra avrei dovuto cercarne la chiave nel cassetto di sinistra. Ma non sentivo nessuna necessità di aprire il cassetto di destra. Anzi non avrei adoperata mai quella chiave. Credevo d'essermi liberato per sempre da quella lurida stanza, di avere risoluto definitivamente il problema, da vent'anni sospeso, della mia esistenza sbagliata. Ora invece mi toccava riannodare quel filo: provvisoriamente, ma dovevo riannodarlo per forza. Eppure non potevo rimanere così immobile senza far nulla. Bisognava fingere di lavorare. Ma in che modo ingannare il tempo? Come occupare la lentezza e la noia di tante ore inutili? Già incominciavo a sbadigliare. Intorno a me non c'era nulla di nuovo. Allora, quasi involontariamente, aprii il cassetto di sinistra della scrivania di Esposito, e vidi subito, posata da un lato, la chiave del cassetto di destra. Il cassetto di destra era chiuso. Ma quella chiave era fatta appunto per aprirlo. All'infuori di quella chiave, quel cassetto non mostrava alcuna particolarità interessante. Era mezzo vuoto, e non vi si vedeva che un mucchietto di carta bianca, un asciugamani ed uno specchio. Forse l'altro, quello di destra, avrebbe offerto alla mia oziosa curiosità pretesti di svago meno limitati e soliti. All'uomo la tentazione d'Eva si presenta a volte sotto forma di serpente o di pomo, tal altra sotto forma di demonio, e può persino, sè vuole, assumere il modesto aspetto di un cassetto chiuso. In certi casi si chiama «sete della conoscenza», in altri semplicemente curiosità. Ma la causa in ogni circostanza, fu sempre la stessa per tutti: ozio e noia da illudere in qualche modo, sia che si tratti di aspettare la fine di un orario d'ufficio, sia che si tratti addirittura di aspettare la morte. Io dunque aprii il cassetto di destra. Sollevati tre o quattro libri di contabilità, con mia grande soddisfazione lo trovai pieno fino all'orlo di carte manoscritte, lettere dalle buste d'ogni colore, e sopra tutto posata una fotografia.