— Piccolo, a me, a me, piccolo! pensavo con una smorfia beffarda. Io, qui, vecchio e sfiancato, brutto e sporco come un cesso, io qui un rifiuto d'uomo, con una faccia da ergastolano, con tutto il mio dolore, e la mia pena, e la mia stanchezza scritta sulla fronte, io, io, mi si chiama così, come un bambino: povero piccolo, povero piccolo! Chi ti crede, bella mia? Chi vuoi che la beva? Non mi vedi mica tu quanto sono brutto e sporco, miserabile, e vecchio, e stracco; quanto sono ripugnante ed odioso; come sono irritato e cattivo!... Niente affatto piccolo. Povero: povero sì. Ma povero diavolo, povero cane, povero idiota... Ecco i miei veri nomi. E tu li sai, via, cara Luisa: li sai meglio ancora di me!...

Mi curvavo sulla minestra e mi mettevo a mangiare in silenzio. Luisa con una mezza scodellina allora mi sedeva di fronte, e v'intingeva appena la punta del cucchiaio, e non mangiava che con la punta delle labbra. Bastava ch'io levassi gli occhi dal piatto e facessi un gesto vago, indeciso, un gesto qualunque, il più insignificante, il più indeterminato, per vederla saltare in piedi e sentirla domandare premurosa:

— Che cosa vuoi, dimmelo, caro? Il pane? Ah! Il sale...

E correva a prendere un cartoccino di sale pestato e me lo scartocciava dinnanzi. Io non volevo il sale. Non volevo nulla.

— Grazie, le dicevo, secco, irritato da quell'esagerato zelo, non voglio sale... Ce n'è anche troppo...

Luisa s'alzava per tempo la mattina: prima di me. Sgusciava dal nostro lettuccio stretto senza che io la sentissi, e per prima cosa accendeva il fornello e riscaldava il caffè. Poi lustrava le mie vecchie scarpe, e con infinita pazienza smacchiava il bavero, le maniche e i calzoni del mio abito tutto unto e sdrucito. Poi, vestita sua madre, le lavava il viso e le mani con una pezzuola inzuppata, e la conduceva a sedere sulla poltrona. Tutto questo in punta di piedi e scalza, quantunque si fosse d'inverno, per non destarmi. Mi destava quando tutto era in ordine, il caffè caldo. Mi toccava leggermente una spalla e mi sospirava quasi sul viso un: — Dèstati, Paris... Paris, ti svegli?... Io, la mattina, avevo il sonno stanco e pesante. Ella temeva di sentirmi gridare, di vedermi adirato. Aspettava qualche minuto, zitta, immobile, per conoscere l'effetto del suo primo richiamo. Io non l'avevo udito nemmeno, non mi muovevo, continuavo a respirare profondo e grave, addormentato. Allora la sua mano mi si posava sul capo e un poco più forte la sua voce diceva: — Paris, è tardi... Ti svegli, Paris? Finalmente mi svegliavo, e la prima cosa che vedevo svegliandomi era quel sorriso malinconico e pietoso sul visuccio di Luisa.

VI.

Era una santa? L'avrebbero beatificata un giorno? Ci sarebbe stata una Beata Luisa di Paris? Ah! Ah! Una buona, una devota serva: secondo la mia opinione d'allora questo era Luisa, mia moglie.

Tutto il giorno io lo passavo fuori. A mezzodì la mia colezione consisteva in un pezzo di pane inzuppato in un po' di vino. Nessuno degli operai che lavoravano in quella tipografia era miserabile quanto me: un borghese. Luisa, quando aveva ripulito tutta la casa, si metteva in capo il suo cappellino spennacchiato, al collo una sciarpetta di lana, e andava a misurar camicie ai suoi clienti. Il suo mestiere era infatti di tagliare e cucire camicie da uomo. Questo lavoro non le rendeva quasi nulla, ed io veramente ho sempre pensato che le servisse più che altro da pretesto per uscire e rimanere lunghe ore fuori di casa. Ma non ero geloso. Non me ne importava nulla di lei. Io non la consideravo neppure una moglie. Era una cosa, niente altro che una cosa, per me. Ma anche Luisa aveva le sue piccole vanità. Quando si vestiva per uscire, il suo povero cappellino se lo appuntava con civetteria sulla fronte, e non si staccava dallo specchio senza prima essersi assicurata che i due ricciolini, sulle orecchie, fossero bene inanellati. Il suo modo di camminare per la strada era franco e disinvolto, mentre in casa aveva sempre l'atteggiamento d'una persona timida ed impacciata. Era donna, in fine, Luisa, come tutte le altre.