Mi strinse la mano. Poi mi baciò sulla gota e soggiunse:

— Spero che non crederai davvero che io sia innamorato di Daria. Io non ho mai amato nessuno...

E mi lasciò solo.

V.

Solo, nella mia camera, alla luce di un povero lume, ripensai lungamente alla strana avventura di cui ero stato spettatore. Ero ancora pieno d'onta per quella voce che aveva detto: — Chi è costui? Che cosa vuole da me? — con tanto disprezzo; e della mia voce che aveva risposto: — Nulla... nessuno. Lo stesso rossore mi avvampava il viso, ed io vedevo lei, Daria, seduta, in quell'atteggiamento aggressivo; vedevo la curva sprezzante della sua bocca, sentivo la sferza dei suoi sguardi ardenti su me, mentre diceva: — Chi è costui? Che cosa vuole da me? Certamente l'avevo offesa; volendo consolarla, l'avevo umiliata. Ella mi odiava, ora, per la mia sciocca pietà, per quelle mortificanti parole che non avevo saputo trattenere. Ma se per poco dimenticavo me stesso, un'altra sua immagine si delineava dinnanzi ai miei occhi, balzando viva dalla confusione dei miei ricordi. Vedevo la porta aprirsi e apparir lei con il mantello avvolto; e poi appoggiarsi al tavolo, senza forze, e abbandonare con le mani il mantello che si apriva scoprendo il suo collo niveo, la sua nitida gola, su cui la pietra, verde, oscillando, splendeva. — Io non posso più sopportare!... — aveva esclamato. — Io ti odio! E la sua voce era come uno specchio velato, l'eco di un'altra voce. E Clauss, calmo, senza scomporsi, aveva risposto: — Non è vero! Una terza immagine s'illuminò: Behela.

Le stelle nel quadro della finestra, immobilmente accese, segnavano nel profondo azzurro mete irraggiungibili. Di quando in quando gli occhi, smarrendosi in quell'infinito, deviavano i miei pensieri dal loro angusto viottolo; schiudevano orizzonti verso i quali essi, come uccelli prigionieri, si lanciavano a volo per ricadere, subito, esausti, cagionandomi ogni volta un acuto dolore. Chiusi le imposte. Tutto in me acquistò maggior chiarezza, contorni precisi, una consistenza quasi materiale.

Daria, Daria, era bella. Non avevo pensato ancora alla sua straordinaria bellezza. Ora, sì. — È bella! ripetevo fra me. I suoi occhi, la sua bocca, la sua gola candida, si delineavano nella ombra delle mie palpebre chiuse. — È bella! È bella! Questo pensiero mi turbava. Cominciai a passeggiare irrequieto per la stanza. Nemmeno allora sapevo spiegarmi perchè mi fossi inchinato per dirle: — Non piangete. Non è il caso di piangere. Ella piangeva. Il suo sdegno, la sua forza l'avevano abbandonata. Piangeva con singhiozzi brevi, disperati. Ed io non cercavo di spiegare perchè mi fossi inchinato e avessi parlato. Immaginavo di udire un passo celere su per le scale, un colpo leggiero contro l'uscio della mia camera, una voce, un nome. L'uscio si spalancava. Una donna velata compariva tutta avvolta in un mantello scuro che teneva chiuso con ambo le mani.

— Salvatemi! — ella gridava cadendo ai miei piedi, abbracciandomi i fianchi (io sentivo contro le mie ginocchia il suo corpo molle, il tepore dei suoi abiti). — Nessuno mi difende! — diceva. — Sono sola! Sono perduta!

— Non avete quello Sterpoli? Quello che vi balbettava di fuggire? Il mio ospite, insomma? — domandavo trepidando.

— Sterpoli? un buffone! Non serve! Non serve!