— Per mentire... — rispose Clauss.

Poi mormorò: — Me ne vado.

Ce ne andammo: io solo lo seguii. Il teatro era ormai semivuoto. Un vecchio in marsina era caduto rotoloni giù per le scale e un servo cercava di tirarlo su per le falde. Fuori la notte, alta, serena e molto stellata ci sorrise, ed io la contemplai con gioia tra le due fila di case, lungo tutta la strada, da un lato e dall'altro. Lentamente c'incamminammo. Clauss mi teneva per mano. La sua mano era fredda.

— Vedi, — mi disse dopo un lungo silenzio appoggiandosi al mio braccio, — senza volere tu hai umiliato quella donna... Con molta semplicità (troppa semplicità) l'hai toccata nella sua piaga...

— Come? — mormorai. — Io l'ho umiliata?

— Sì. Se tu le avessi detto: — Orsù, Daria, non vi vergognate di piangere? — non l'avresti maggiormente umiliata ed offesa. Così l'hai ferita nel suo orgoglio. Infatti che cosa diventa l'orgoglio di una donna che piange? In un momento simile?

— È vero, è vero... — mormorai. — Io non sapevo... Ah! Clauss! Io non so niente!

— Ora, — soggiunse Clauss con dolcezza, — son certo che ella non odia nessuno tra noi quanto te. Tu solo sei stato pietoso. Tu e Sterpoli. Ma Sterpoli non conta.

Eravamo giunti dinnanzi al cancello della sua casa. Egli si fermò e mi disse:

— Ritorna domani. Ho bisogno di te. Addio!