Poi mi ritrassi in un angolo e nascosi il viso fra le mani per coprire il mio rossore. Con gli occhi chiusi non udivo più nulla. La donna non piangeva più; aveva cessato di piangere, di tubare, e nessuno parlava. Di lontano, confuse, giungevano fino a noi le cadenze d'una danza turca, e un ronzìo di voci umane mescolate al rullar persistente di un tamburo. — Che accade? — pensavo senza trovare il coraggio di muovermi. Pareva che tutti fossero morti intorno a me o che tutti se ne fossero andati. Improvvisamente Clauss esclamò:
— Daria! Daria, ti amo!
Udii un grido, apersi gli occhi e vidi Daria alzarsi in piedi sconvolta. Con un gesto rapido, violento, strappò dal suo collo la collana con lo smeraldo e la scagliò dinnanzi a sè gridando: — E io ti odio! Poi si volse e fuggì.
Sterpoli ricevette il colpo sugli occhi come una frustata, restò un istante fermo con la mano distesa sulla fronte e le palpebre chiuse. Balbettò: — Non era per me! Era per te, per te Clauss, per te solo! — e brancolando uscì dalla stanza.
— Daria! Daria!
Il suo richiamo si ripetè due volte e poi si spense. La porta sbatacchiò. Parve, quando la porta fu chiusa, che sopra di noi si fosse dissipato un temporale.
— Sono dolentissimo, amici, — disse con dolcezza Clauss, — di quanto è accaduto. Veramente non c'è nemico peggiore di una donna...
— Come è possibile? — domandò con grande vivacità quel giovine che poco prima parlava dell'anima. — Ha pianto! Questo è straordinario!
— È una donna, — soggiunse Clauss sorridendo.
— Ma perchè è venuta? — domandò un altro.