— Anche lei, di notte, è più bella... Che dico? Ah! Dico troppo, eppure è più bella. Sì. Perchè nasconderlo? Perchè mentire con te? Tu mi piaci, perchè tu solo hai avuto pietà di lei. Tu ti sei curvato e le hai detto una parola buona. Non mi ricordo bene, ma le hai detto qualche cosa che volevo dirle io. Ti prometto di parlarle di te domani. Le dirò: — Quelle parole le avevo io sulla punta della lingua, ma egli me le ha tolte di bocca. Eppure temo che mi manchi il coraggio di dirle nulla, perchè domani sarà giorno. Di notte è un'altra cosa, sebbene sia anche più temibile. I suoi occhi sono come quelli dei gatti. La sua carne muta colore, come l'opale, o la madreperla, la madreperla levigata e cangiante. La sua carne.... Ah! Io non direi queste cose a nessuno... È un gran segreto!

Tacque e si avvicinò allo specchio.

— Non ti pare, — domandò guardandosi, — non ti pare che io sia bellissimo?

Si inchinò e mi disse addio.

Io chiusi la porta dietro le sue spalle e mi gettai, esausto, sul letto.

VI.

Quando, a mezzogiorno, fui pronto per uscire, decisi di andare lungo la spiaggia dove erano tirate a secco alcune flottiglie di barche e distese al sole lunghissime reti. Il meriggio era tiepido e sereno: calmo, il mare, appena ondeggiava. Vagai per qualche tempo qua e là, a caso, raccogliendo conchiglie e facendo disegni sulla sabbia, finchè vidi, sopra la punta di una penisoletta, la casa di Clauss, poco lontana, fra un giardino di palme che l'onda lambiva da tre lati. Ad essa si saliva per un viottolo disselciato, fiancheggiato da muri e da siepi di oleandri. Clauss in persona s'affacciò alla veranda, mentre io bussavo al cancello. Discese ad aprirmi, e tutti e due ci sedemmo sotto un tiglio, fra due aiuole fiorite.

— Ebbene? — mi domandò.

Non gli avevo mai veduto un viso così buono.

— Ebbene, — risposi, — ieri sera eravamo tutti pazzi.