Clauss aveva l'aspetto di un ragazzo pentito, tanto i suoi occhi erano miti e il suo atteggiamento umile. In quel momento, con quel volto stanco, con quel sorriso che appena gli sfiorava la bocca, somigliava veramente poco a sè stesso.
— Sì, — disse, — eravamo tutti pazzi, chi più chi meno. Anche tu, un poco. Anch'io. È strano. Cioè, non è strano. Hai veduto Daria? Tu la vedevi per la prima volta. È fatta così. È come una bambina capricciosa. Una bambina cattiva e viziata. E quel povero Sterpoli, che ha smarrito la ragione per lei, ha avuto ieri sera un gran colpo...
— Davvero... — mormorai. — L'ho veduto dopo, a casa. Aveva un livido sulla faccia.
Clauss di nuovo sorrise. Poi mi prese le mani e mi chiese:
— Mi vuoi bene?
— Certo... — mormorai esitando. — Perchè non dovrei volerti bene?
— Grazie, — soggiunse, — ciò mi conforta assai. Chi può dire perchè si desidera e si cerca, alla mia età, l'affetto e la dimestichezza dei giovani? Sono tristi, molto tristi, amico mio, queste basse forme, queste forme senili d'egoismo. Ma tu devi considerarmi come un moribondo al quale ogni cosa può servir di conforto.
— Che dici mai! — proruppi ridendo. — Ora tu vuoi burlarti di me...
— No, no, non mi burlo nè di te nè di me stesso, — rispose Clauss con la medesima voce sommessa, senza tralasciare di tenermi le mani e di guardarmi teneramente. — Io sono nato matematico. Tutta la mia vita, in apparenza tanto disordinata, fu sempre regolata sopra un calcolo esatto, secondo la nozione precisa e minuta delle mie forze. Quando scaglio una pietra, non so forse dove la pietra deve cadere? Ciò dipende unicamente dall'impulso che io le darò. Così per tutto il resto...
S'interruppe e guardò una farfalla sopra una rosa, un'ape sopra un fiore.