— Hai ragione... Appunto per ciò ora sento che debbo io fare qualche cosa per lei. Dunque (questo appunto volevo dirti) tu andrai a casa sua e la pregherai di venire qui, a cena con noi, stasera...

— Con noi?

— Ti dispiace forse?

— No, no, — balbettai, — no, Clauss, non andrò da lei... No, non pensarlo seriamente neppure un minuto che io possa andare da lei, presentarmi, parlarle... sostenere quello sguardo... riudire quella voce cattiva... No, no, Clauss, non è possibile!

— E di che hai dunque paura, stupido? — domandò Clauss bruscamente.

Ecco: davvero avevo paura, un'indicibile, una pazza paura. Se mi fossi imbattuto in Daria, per caso, all'angolo di una strada, sentivo che avrei preferito, a quell'incontro, di inabissarmi in una buca profonda mille metri, e non uscirne mai più. Avrei preferito qualunque supplizio, o vergogna, o castigo, al pensiero di dovermi trovare solo di fronte a lei, costretto a guardarla, a parlarle, anche semplicemente a inchinarmi senza pronunciare una parola, o muovere un gesto, o battere palpebra. Ma ero anche così sciocco, che a udire quella parola — «stupido» — la paura svanì d'un tratto, e mi sentii disarmato e pronto tuttavia a superare ogni prova con un coraggio disperato.

— Non è che io abbia paura, — mormorai. — Penso soltanto che riconoscendomi per quello di ieri sera non voglia neppure ascoltarmi. Un altro forse riuscirebbe meglio di me.

— Al contrario! — esclamò Clauss alzandosi. — Quando ti avrà riconosciuto non dubiterà d'un inganno. Basta che tu le dica che io non l'amo, che io non l'odio, che io non voglio essere per lei se non un amico sincero e fedele. E che noi tre insieme desideriamo questa sera concludere solennemente la pace.

Mi condusse presso il cancello. Camminando pensai ancora:

— Ora gli dirò che cerchi un altro. Io non andrò a nessun costo....