— Che c'è dunque ancora? — domandò Daria.
Sollevai il capo. Ella mi guardava, ora, con occhi un po' inquieti. Pure continuava a sorridere, e la sua bocca rossa, molto molto rossa, sorridendo si curvava ad arco. Sembrava che volesse dirmi con quello sguardo e quel sorriso:
— Che può esserci ancora? Vedo bene che sei un buon ragazzo. Soltanto hai una cravatta orrenda, veramente brutta e volgare.
— Ecco, — soggiunsi: — Clauss desidera che voi veniate a cena da lui questa sera. Egli si pente di avervi offesa. Forse non lo credete? Eppure parlandomi di voi, oggi, e di quanto è accaduto, Clauss piangeva... Vi giuro, — esclamai con maggior forza, senza sapere nemmeno di mentire, — vi giuro che piangeva dirottamente!...
— Ah! — continuai con l'impeto di un insensato, — voi non potete immaginare quanto egli soffra, e come sia degno della vostra pietà. Bisogna conoscerlo, e amarlo (sì, amarlo, anche, un poco, un poco almeno), per comprendere ciò che si cela sotto l'impassibilità del suo volto... Non si giudicano gli uomini dalla faccia, non si possono giudicare. Quell'impassibilità è una maschera, signora, niente altro che una maschera, una tristissima maschera. Chi indovinerebbe in lui un uomo che deve morire?
— Ah! Ah! Tutti dobbiamo morire, — interruppe Daria. — Non è un'eccezione!
— No! Non tutti. V'ingannate. Non tutti dobbiamo morire! — M'arrestai spaventato delle mie parole e mi sforzai di ridere.
— Dico, voglio dire, perdonatemi, che non tutti hanno i giorni contati, — continuai. — Abbiamo forse tutti i nostri giorni contati? Ebbene: Clauss ha i giorni contati. Niente può salvarlo. Oh! signora, è triste vedere un uomo morire, ascoltarlo mentre rassegnato, eppure accorato, vi dice: — Fra poco morirò, me ne andrò per sempre. Immaginate una realtà più angosciosa, un addio più commovente? Che differenza esiste fra lui, Carlo Clauss, e un uomo condannato a salire il patibolo, all'alba di un giorno stabilito, in quell'ora precisa, allo scoccare di quel minuto, non un istante prima, non un istante più tardi? Mi è stato detto che un uomo, sul punto di essere giustiziato, chiedesse in grazia che gli fosse portato un fiore, un fiore rustico, una di quelle piccole violacciocche che hanno un po' il profumo del reseda. Ebbene, quando alfine gli fu portata, nella cella della sua prigione, ed egli l'ebbe odorata a lungo, più volte, la sua faccia si illuminò di beatitudine, e disse: — Ora sbrigatevi. Ora sono felice. È una morte storica, un esempio! Sì, signora, si legge in un'antologia. Così Clauss...
— Basta, basta, per carità! — esclamò Daria posando una mano sulla mia bocca. — Mi farete morire di crepacuore!
Quella mano tepida, molle, molle e carezzevole, posava sulla mia bocca. Io sentivo che era tepida e profumata, e che indugiava sulle mie labbra. Ebbi come un principio di vertigine, sollevai la mano fino a toccar quella mano; poi la ritrassi e chiusi gli occhi. E la mano se ne andò, strisciando, carezzandomi il mento, leggiera, lenta, ed io rimasi con il profumo di quella carne sulla bocca.