— Ebbene? — domandò quella voce. — Che cosa volevate dire? Che io sia per lui come un fiore? Come una violaciocca, un piccolo fiore di campo?

Io volevo rispondere: — No, no! Non dovete andare. Non voglio!

Ma ero come assonnato. Udivo, vedevo, comprendevo, ma non potevo nè muovermi, nè parlare.

— Che io vada? — mormorò (ed era nella sua voce qualche cosa di più commovente che il pianto, di più tenero che una carezza, di più dolce che una parola d'amore), — che io vada? Perchè egli dica di me, domani, come ieri: — Quella donna è doppia come un serpente? — oppure: — Ella è venuta ad offrirsi ma io non l'ho voluta?

— No! — esclamai, — Clauss non dirà questo. Io sarò presente. Noi ceneremo insieme sulla veranda, ed egli non potrà insultarvi...

— Ah! tu non lo conosci! — (ella disse così: tu non lo conosci). — Clauss è capace di tutto.

La sua voce era tanto ferma che ne rimasi sconcertato. No, non ero ancora perfettamente lucido. Avevo un folle desiderio di piangere. Pensavo: — Se non viene questa sera forse non la vedrò più, mai più. E mi pareva di perdere un gran bene, una gran gioia, non potendole stare accanto per qualche ora, di notte, alla luce delle candele, sulla veranda, nell'intimità di una piccola tavola imbandita.

— Ma che v'importa di lui? — gridai. — È una grazia che vi chiedo per me, per me solo!

Caddi in ginocchio, le presi le mani, vi posai sopra le labbra e rimasi così, curvo, attonito. E stando così, curvo, sentii un contatto caldo, una calda carezza sui miei capelli, (io tenevo strette le sue mani contro la mia bocca), una carezza assai lunga e calda sui miei capelli.

— Anche tu sei moribondo? — chiese la sua voce, vicinissima.