La guardai stupefatto. Ella rispose calma a quello sguardo:

— È inutile che tu ti meravigli... Sono Soave.... sua sorella.

Strana creatura! Il suo corpo aveva quindici anni: era infantile, ancora magro; magre le gambe che dal ginocchio in giù uscivano dal gonnellino fatto di tutte piccole pieghe; magre le braccia, nude dalla spalla, alla cui estremità pesavano due grosse mani arrossate, che parevano prese in prestito a qualche gran donna e attaccate con un grosso chiodo ai suoi polsi. E il suo viso era invece senza età, e somigliava a quello di Daria come la copia mal riuscita d'un'opera d'arte, esatta in ogni sua parte, sbagliata nel suo insieme. I suoi occhi erano tutto bianco, appena adombrati da rade ciglia, e parevano sempre dilatati in uno stato ipnotico. L'ovale del volto terminava in un mento aguzzo, che cominciava quasi sotto le orecchie, ed era tagliato a metà da una bocca carnosa e sanguigna, inutilmente arrotondata da due piccoli punti di rossetto. Solo i capelli, che in lunghi riccioli le rotolavano sulle spalle, erano gli stessi capelli di Daria, neri e azzurri, e pesanti come il ferro.

— Ah! io capisco tutto! — esclamò dopo un breve silenzio, guardando fissamente i rami del salice che ci piovevano sul capo. — Perchè non dovrei capire? Perchè sembro ancora una bambina? Ma non sono più una bambina... È un pezzo che non lo sono più... I vecchi le capiscono queste cose! Quel signore che venne a trovarci sabato scorso, credo che sia un senatore, un conte, che ha quelle belle basette arricciate (lo avrai incontrato mille volte) ah! ah! mi dette subito ragione. E mica solo con me! Anche a Daria lo disse: — Lascia andare, amica mia... Soave non è più tanto bambina... — Ma voi giovani queste cose non le volete capire. Ebbene io so tutto, come te, e come Daria... Tutto, tutto...

— Ma io, veramente, — dissi impacciato, — io non so niente...

— Povero piccolo! — esclamò la signorina Soave. — E allora io ti posso insegnare... È da ieri che sto con l'orecchio attaccato agli usci! È da ieri che Kate mi racconta tutte le storie che sa, da quando è nata... Ma si ostinano tutti a tirarmi per le trecce e a guardarmi ridendo le sottane corte! Piacerebbe anche a me avere la coda lunga un metro, e le scarpine di raso d'oro, e un bel diadema con un paradiso in testa... E che cosa sono questi cappelloni di paglia con le ciliege che mi fanno portare?

Con un gesto sgraziato si strappò di testa il grande cappello di paglia di Firenze, tutto coronato di ciliege rosse, e lo gualcì, lo pestò con i pugni chiusi, e me lo riaprì sotto il naso. Poi mi si buttò con tutto il suo peso contro la spalla e guardandomi sorridente mi confidò:

— Vuoi sapere come mi piacerebbe un cappellino? Come quello che ho veduto ieri in una vetrina del Corso... Era di paglia blu rossa e nera, lucida lucida tutta arricciata, tutta tutta arricciata la tesa, e poi un nastro di seta scozzese con un gran fiocco da un lato, e la cupola invece liscia e intrecciata, che faceva un disegno di tanti piccoli quadrati neri rossi e blu. E di sotto al fiocco usciva un uccellino piccino ma con una coda lunga e sottile, terminata da piccole pagliuzze d'argento che sembravano goccioline di rugiada. Quella era una bella cuffietta! Coi capelli neri, i colori vivaci mi stanno che è un amore.

— E perchè non dice a Daria che le regali questo cappello?

— Ah! — sospirò. — Se io dovrò aspettare Daria non ne avrò mai di cappelli come quello!