Daria mi guardava raramente. I nostri ginocchi si sfioravano sotto la tavola. Io guardavo Clauss, pensavo: — T'inganni! Non è venuta per te! E cercavo di cogliere sul volto di Daria un sorriso intelligente, uno di quei sorrisi che sono come fili tesi fra due bocche, fili di ragno, invisibili; un bacio invisibile, un bacio rubato ad occhi che fingono di non voler nulla donare.

— Sono straordinario? — domandò Clauss. — In che cosa, se è lecito?

— Dico che inventi a meraviglia, — risposi. — Questa storiella di Cesare, di Cesare e di Calpurnia, mi sembra nuova. E a voi, Daria?

Sempre in attesa di quel sorriso, volevo che ella si volgesse verso di me. Ma Daria succhiava la coda di un gambero, rosso fra le sue dita bianche, e non si mosse.

— È frutto dell'esperienza, — disse Clauss. — S'impara a inventare. È come dire che sono vecchio.

— Povero Clauss! — mormorò Daria. — È veeecchio!

— Perchè ridete? — domandò Clauss. — Non è poi una cosa tanto ridicola. La vecchiezza ha, per un uomo, il suo lato interessante. E poi, non tutti invecchiano allo stesso modo. Per una donna no; ma per un uomo incomincia una età quasi beata. I desideri possono finalmente conciliarsi con l'impossibilità di soddisfarli; la quale, se non erro, è di tutte le età. E vi sembra una cosa da nulla? Accontentarsi delle gioie possibili? Non scartarne neppure una piccolissima parte? Ah! che scienza difficile!

— Ecco, — continuò dopo un minuto di pausa, rivolto a Daria: — poichè a questo ragazzo piacciono le favole, se permettete, vorrei raccontargliene una brevissima a questo proposito. Non vi annoio? No? Dunque, dimmi: ti sei mai domandato, tu (si rivolse a me, con queste parole), come mai Platone non si sia curato di tramandarci la propria opinione sul sacrificio di Fedone? Se cioè lo stimasse piccolo o grande? In fondo, Fedone era un bello e stupido ragazzo, il quale non possedeva se non quei riccioli biondi che, per onorare Socrate, si tagliò. Quella chioma era senza dubbio tutto il suo orgoglio e la sua massima felicità. Eppure senza esitare un istante si pelò, come un altro si sarebbe ucciso. Ma egli invece continuò a vivere e a mostrarsi in Atene con quella testa pelata. Ebbene: fece malissimo. Io dico che non si sacrificano tanto leggermente riccioli così belli, quando non si ha con che cosa sostituirli.

— Scusate, — mormorò Daria con candore, — chi è Fedone? E non gli sono più ricresciuti i capelli?

Si aspettava un dolce, un pasticcio di frutta. Quelle parole di Daria mi esilararono. Mi agitai, le versai da bere; ma neppure allora mi riuscì di annodare quel filo invisibile, quel sorriso intelligente tra le sue e le mie labbra. Daria parlava poco e non si volgeva quasi mai a guardarmi. Le sue ginocchia, sotto la tavola, rimanevano inerti. — Come mai? — pensavo. — Finge? O si è dimenticata? Spesso la sua mano si posava sulla mano di Clauss, quando gli domandava: — Per favore, un sorso di vino... un pizzico di caviale... una presa di sale... E, intanto, la luna continuava a crescere e ci guardava dall'alto, ed era paffuta e beffarda come la vedono i fanciulli. Il mare, la brezza leggiera e variabile, la notte dolcissima cantavano intorno a noi; un rosignolo solitario intonava nell'ombra i suoi minuetti da bambole, le sue «ute» giapponesi. Fu portato un pasticcio di mele; portarono anche due nuove anfore di vino.