— Pare davvero impossibile che noi siamo insieme a cena! — disse Clauss.
— Perchè? — domandò Daria.
Accostandosi al suo orecchio, Clauss mormorò:
— Volete sapere la verità? Siete una bimba maliziosa!
— Io? — domandò Daria, curvandosi verso di lui.
— E chi dunque?
— Ah! questo Clauss! — esclamò Daria, guardandomi finalmente. — Si burla sempre di me!
Ora io mangiavo in silenzio, a capo chino, trangugiando un boccone dopo l'altro. Che cosa significavano quei sorrisi ambigui e quelle parole confidenziali dette a mezza voce? Quegli sguardi interrogativi e quelle moine da scimmia? Non mi ricordavo bene, ma mi pareva di ricordare di aver letto, non so dove, forse nella Bibbia, alcune parole, una frase, un pensiero sulle donne. Qualcuno aveva scritto o detto: — Quando guardo le donne mi sembrano scimmie bianche. Infatti io guardavo Daria e pensavo: — È vero, sembrano scimmie bianche, scimmie bianche e pelate. E sentivo nascere in me una viva antipatia, un senso sgradevole, qualche cosa che mi ripugnava dentro. Eppure pensavo: — Non è niente. Sembrano scimmie bianche, ma sono donne. Pensavo: — Non sarà niente. Ella finge. È necessario. Guardavo la luna che sembrava un'enorme maschera bernoccoluta e dicevo a me stesso: — Dopo tutto, chi non finge? Bisogna portare una maschera. Per questo fu inventato lo specchio.
— Non ti pare, Clauss, — domandai a un tratto, — non ti pare che si finga molto? Dico, che si portino molte maschere?
— A che proposito?