— Andiamo via? — balbettai. — Ma dove, dove andiamo?

Egli sogghignò. S'era messo un berrettone nero in capo e una sciarpa intorno al collo.

— Queste disperazioni io le conosco! — disse mentre mi alzavo. — Per pochi soldi qualcuna te le farà passare.

Mi sbattè la porta dietro le spalle ed io ricominciai a camminare a caso. Con un certo sforzo compresi che di fronte a me stava il mare e che quella striscia d'argento, interminabile, era la luna sull'acqua, e che quel rumore fastidioso era appunto il rumore dell'onda. La luna fendeva le nuvole grige di perla. — Bum! bum! scioc scioc! cu cu! bau bau! — e di scoglio in scoglio mille grida confuse, lugubri, beffarde, si propagavano con lunghi echi.

— Mi ucciderò! — dissi. — Perchè non uccidersi? È molto semplice, molto facile...

Il desiderio di morire era così forte che già mi pareva d'esser morto e di vedere ogni cosa da lungi, dall'alto di un monte, di una montagna altissima tra le nuvole. Giunsi fino all'estremo limite della spiaggia; poi mi volsi e rapidamente me ne tornai a casa.

Nella mia stanza c'era qualcuno che russava. Era buia, ma nella penombra scorsi una forma umana sul letto: un uomo vestito che russava. Accesi un lume. Sterpoli stava placidamente disteso e addormentato sul mio letto.

— Sterpoli! — gridai afferrandolo per un braccio.

Egli scosse il capo, sospirò, si volse sopra un fianco, senza aprire gli occhi.

— Sterpoli! — gli urlai in un orecchio. — Svegliati!