— Fratello, fratello mio... — continuò prendendomi una mano e stringendola fra le sue, — io ti volevo domandare qualche cosa di molto importante. Sono venuto proprio per rivolgerti una domanda. Ho detto fra me: — Quel ragazzo m'ha l'aria di uno che può illuminarmi con un consiglio leale. — E ti ho aspettato. Ora ti domando: — Perchè noi ci consoliamo così presto? Un po' di vino basta dunque davvero? Ah! quanto mi addolora! Tu non sai quanto mi affligga questo pensiero sciocco che un po' di ebbrezza basti per consolarci. Vogliamo forse essere consolati dal vino? No! No, noi non chiediamo queste consolazioni. Tu dici: — No, Sterpoli, ciò ci lascia indifferenti. Ed io ti rispondo che è vero, e che noi non vogliamo consolarci. Noi vogliamo godere. Noi vogliamo amare. Noi vogliamo che quando le diciamo, supplichevoli: — Su, amor mio, mia vita, dammi un bacio! — ella risponda con un bacio. E che questo bacio non mentisca; che ella non pensi, mentre tu senti che in realtà un bacio s'è posato sulla tua bocca, un bacio tepido come una colomba, non pensi: — Contentiamo questa bestia, questo animale cornuto. Noi vogliamo essere amati, fratello, teneramente, appassionatamente, come fanciulli, come malati, come moribondi. Godere dell'amore. Che cosa importa tutto il resto? Che cosa può darci il vino? Il nostro cuore è frollo, delicato, sensibile, dolce come lo zucchero. Perchè esse ce lo rendono duro e amaro, duro e malvagio? E anche questo volevo sapere: perchè amiamo? E che cosa si aspetta da queste femminucce color di cera, da questi piccoli serpenti dorati?

Egli parlava e mi guardava teneramente con occhi semispenti, ma pieni di lacrime.

— È vero... — sospirai, — hai ragione. Non sai quello che dici, ma Dio in persona ti suggerisce.

— Quale Dio? — domandò Sterpoli, aggrottando le sopracciglia. — No, non può essere.

Tacque e scosse il capo. Strinse più forte la mia mano e mormorò:

— Ora ti dirò tutto. Non spaventarti. Non mi insultare. Abbi pietà di me. Sento qualcosa qui, nel petto, che gira. Non è il cuore. Sento anche il cuore. È un'altra cosa. Ora, io non posso sopportare... Questo peso, questo enorme peso, non posso reggerlo tutto da solo. Ascolta. Mi aveva detto: — Da questa sera sarò tua. Sarò per te. Non amo che te. Tu non lo sai, ma io ti ho sempre amato, così, in segreto. Lippi! Non ti pare un nome dolce, un nome amorevole? Un nome da innamorato, da amante? Ebbene: da questa sera sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice. Mi ha detto così ed io l'ho aspettata un'ora, due ore, quattro ore. Pensavo: — Verrà. Fra poco, prima che io abbia contato fino a cinquanta, fino a cento, sarà qui. Avevo preparato un piatto di dolci, un mazzo di fiori, una bottiglia di vino leggiero. Non per consolarmi, ma per goderlo con lei, tutti e due insieme. E, a sera inoltrata, quando attendevo e speravo ancora, quella vecchia maledetta è venuta e mi ha detto: — È inutile che tu aspetti. — Come? esclamo. Non viene? — No, dice, non viene. Non verrà. — Ma dove, dove è andata? La vecchia sogghigna e risponde: — Non so. Certo non è andata lontano. — Per la tua vita! grido torcendomi le mani. O mi dici dov'è, o ti uccido! Allora impaurita balbetta: — Da Clauss... È andata da Clauss! — Basta! Io son cieco d'ira e afferro tutto ciò che mi capita fra le mani e tutto riduco in frantumi.

Sterpoli si arrestò ansante.

— Comprendi? — mi domandò.

— Comprendo, — mormorai. — È vero. Erano insieme. Si sono baciati. Li ho veduti con i miei occhi...

— Tu! — esclamò Sterpoli. — Anche tu?