— Ti sembra, ma non è così. Eravamo ragazzi allora, quando dici tu, ed ora ho un figlio grande. Non lo vedi laggiù? Sembra un querciolo...
Ma Clauss badava poco a lui e poco a me. Tutta la sua attenzione pareva concentrata sopra le mani di mia madre, ch'ella teneva posate sulle ginocchia stringendo un fazzoletto. Brillava l'anello sull'anulare. Raramente i suoi occhi si posavano anche su mia sorella Silvina.
— Eppure bisogna vivere ancora! — disse egli una volta, nel silenzio di tutti. E mi sembrò che parlasse soltanto a sè stesso, dimenticando noi altri.
Da mezz'ora l'aria s'era fatta scura, e pioveva. Ma, dopo poco, un tuono secco schiantò il silenzio e scompaginò le nuvole. Un po' di sole entrò nella stanza. Io che ero rimasto senza parlare, in un angolo, mi alzai per guardar fuori. Anche Clauss si alzò e si avvicinò alla finestra.
— Se volete, disse mia madre, potete andare sulla terrazza. Non piove più.
Salimmo dunque, noi due, sulla terrazza. L'arcobaleno era molto pallido. Il sole, già mezzo nascosto dietro il monte, dardeggiava sulla pianura un gran fascio di luce. Clauss girò intorno gli occhi, si soffermò un istante a guardare i fianchi delle montagne rigati di cascatelle candide; poi si volse a me e bruscamente mi domandò:
Per la prima volta i suoi occhi si posarono attentamente sulla mia persona. Io li sentii che mi penetravano dentro, nell'anima. Era uno sguardo impudico, un contatto quasi carnale che mi riempì di vergogna.
— Nulla... — balbettai.
Egli rise.