— Come è possibile, nulla? — soggiunse, distraendo da me le pupille, come uno che stacca le labbra da una tazza dopo aver bevuto abbastanza. — Ho avuto anch'io vent'anni. Non ridere! A vent'anni io, per esempio, non desideravo che una sola cosa: morire. Ma volevo morire eroicamente. Immagina: uno compie un'azione nobile, un atto memorando. La gente dice: — Questo ragazzo è stato capace di tanto. — Un ragazzo? Veramente un ragazzo? — Sì, un ragazzo... Aveva appena vent'anni. — Questa è la gloria. Ora sono quasi vecchio, e quel sogno mi sembra ancor più bello di allora. Morire senza aver provato nulla della vita, se sia buona o cattiva; non l'amore di una donna: senza avere nè amato, nè odiato, nè goduto, nè sofferto; ignorando che cosa valga tutto ciò... Non credi che sarebbe una pazzia degna di te?

Rise di nuovo guardandomi. Anch'io cercai di sorridere.

Clauss si volse dove il sole era scomparso. Grandi nitide nuvole scavalcavano le montagne e le prime stelle, due o tre, brillavano nel cielo che s'andava rasserenando. Ma io non avevo occhi per quelle lontane apparizioni. Avevo ascoltato Clauss senza quasi comprenderlo, tanto la sua stravagante eloquenza mi riusciva nuova e mi turbava profondamente. Vivere e morire? Amare? Odiare?

— È dunque necessario amare o odiare qualcuno? — balbettai ad un tratto senza pensare.

Stavamo entrambi appoggiati alla ringhiera. Eravamo vicinissimi. Ora, rievocando quella scena, lo rivedo mentre s'accarezzava la barba con un gesto languido delle mani; riodo la sua voce, pacata, come una musica sopra una nota, stanca.

— Ti racconterò una storia, — disse, — e tu stesso giudicherai. Io avevo, a Karsan, un servo giovane. Era un meticcio, un essere semplice e sano, una creatura riccamente dotata. Lo avevo raccolto fanciullo in una strada. Era cresciuto con me, mi era fedelissimo. Un giorno lo sorpresi in un angolo del cortile mentre si flagellava con un grosso staffile di cuoio, uno staffile da schiavi. — Sarkis! — grido afferrandolo per un braccio. — Sei pazzo? — Egli mi guarda con gli occhi di un cane e, arrossendo, mormora: — Behela... Behela era una fanciulla della fattoria vicina. La conoscevo. Sembrava un bell'animale, con lunghi capelli neri e grandi occhi violacei. Sarkis era stato preso da una così violenta passione per lei, che ogni giorno, dopo averla veduta, dopo averla spiata da lungi e da presso, si flagellava, parendogli di non essere degno di lei, di non poter meritare il suo amore. Un altro servo mi narrò queste cose, più tardi. Alfine essi si sposarono. — Sei felice? — chiesi a Sarkis dopo le sue nozze. — Vorrei esser morto! — rispose. Scese la notte sulla loro capanna di giunchi. All'alba Behela uscì dal letto ancor caldo per andare alla sorgente. Egli la seguì da lontano, la spiò lungo tutto il sentiero. Si nascose poi tra le canne e attese che ritornasse. Behela riapparve, camminando lentamente. Teneva gli occhi chiusi e sorrideva come in sogno. — Behela! — chiamò lo sposo nascosto. Ella si arrestò. — Questa è la tua voce! — disse dolcemente. — La riconosco... — E questo è il mio coltello! — gridò l'altro saltando fuori. L'abbracciò stretta e le piantò la lama nel cuore. Quando mi fu condotto dinnanzi per essere giudicato, perchè io ero il padrone, egli cantava come un forsennato. — Sarkis... — esclamai afferrandolo per i capelli: — sai tu di avere ucciso la tua sposa? Egli ammutolì, mi guardò con occhi che non esprimevano nè stupore, nè vergogna, nè tristezza. — Vorrei esser morto... — mormorò, e ricominciò a cantare.

Clauss sollevò il capo. Il suo volto si animò: balenò nei suoi occhi quella strana luce.

— Questa, — disse, — non è una storia straordinaria. Questa è la storia dell'amore, una storia d'amore, cioè una delle innumerevoli storie che si possono raccontare. È necessario amare qualcuno? Era necessario uccidere Behela, sacrificare quel fiore meraviglioso, distruggere quella felicità? Immagina che cosa mi avrebbe risposto quell'uomo se io gli avessi rivolto, una dopo l'altra, tali domande! Noi lo legammo in mezzo alla corte. Ma, di notte, prima di coricarmi, andai, tagliai le corde, e gli ordinai di fuggire.

— Tu! — esclamai stupefatto. — Tu lo hai liberato?

— Io, disse, io stesso.