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A mezzodì Bombita si slacciò il grembiule e lo buttò in un angolo. Ma i calzoni se li tenne addosso, e, senza voltarsi indietro, infilò l'uscio e se ne andò dove era atteso a quell'ora, e cioè al mercato dei pesci, sulla banchina nuova del porto. Come ogni giorno, ad ogni angolo di strada incontrava un amico, tutti in giro allo scoccare di mezzodì per importanti affari d'appetito. Ma Bombita camminava con la testa alta, i capelli al vento, le mani in tasca, a passi da granatiere, e non si degnava di guardare in faccia nessuno di quanti incontrava lungo la via. Il mercato era semi deserto, perchè a quell'ora chi aveva voglia di pesce lo andava a cercare nelle casseruole piene di salse profumate, o nelle padelle dove stava guizzando più che vivo tra gli scoppi e i sibili dell'olio bollente, anzichè nelle ceste umide e algose dei pescivendoli, a pesarlo morto sulle loro puzzolenti bilance. Le navi ormeggiate alla banchina dondolavano i loro alti alberi alla brezza lieve di levante, e sul ponte fumavano i fornelli dei marinai, che, sdraiati sui sacchi e per i mucchi di gomene arrotolate, guardavano sonnecchiando la poca gente passare in fretta lungo il molo. I cani randagi facevano allora le pulizie del mercato, pronti a cedere la più bella collana di smeraldi per una lisca di triglia. Ma Bombita non li guardò neppure, quei suoi modesti colleghi, e tirò via verso una barca tirata a secco dietro il casotto dei doganieri, dove era aspettato da Egle. Egle, la figlia del pescatore, aveva tredici anni, mentre Bombita non ne aveva che dodici. Era una bambina rotonda come una palla, due gote rosse come due mele, e un par d'occhi che parevan fatti con due scaglie di vetro nero. I suoi capelli erano crespi come la lana e opachi, corti e arruffati, e legati dietro in una treccia così grossa e sgraziata che somigliava la coda mozza di un cane.

Egle stava seduta sotto la barca e sgranocchiava tranquillamente una crosta di pane, quando Bombita le si parò dinnanzi con quell'aria fiera che si conviene ad un vero conquistatore. Egli si lasciò andare di peso a sedere accanto a lei, e ridendo silenziosamente le dette una gomitata nel fianco.

— Stupido! — disse Egle. — Non sai fare altro che dar gomitate tu! Guarda Andromaco piuttosto come fa con Rosina. Guarda che bel nastro d'oro porta alla cintola! Quello glielo ha regalato Andromaco.

Bombita strizzava gli occhi, e, guardando Egle, rideva silenziosamente, e batteva il pugno sul ginocchio dove sentiva il duro dello smeraldo. Lo zuccone che soffriva terribilmente di gelosia, e sempre, solo a nominargli Andromaco o Ninotto, copriva Egle di sputi, questa volta si contentò di darle tre pizzicotti nella schiena a denti stretti e schizzando gli occhi dalle orbite. Ma stette muto, e poi ricominciò a sorridere. Egle fece la faccia da lacrime, cercò di tastarsi la schiena dove i pizzicotti le bruciavano, poi mostrò un palmo di lingua all'amico e con disprezzo disse:

— Se non la finisci, me ne vado e non mi vedi mai più...

Buttò in mare quell'avanzo di crosta di pane che teneva in mano, voltò le spalle a Bombita, e, puntati i gomiti sulle ginocchia e il mento sui pugni chiusi, guardò verso le barche che si dondolavano sull'acqua.

— Sei come tuo padre, tale e quale, disse con voce agra, senza nè muoversi nè voltarsi, come se parlasse al vento, che tutti dicono che altro che di bastonate non ha mai nutrito nè te nè tua madre. Almeno mi dicessi dov'è quell'anello che mi avevi promesso, e ne parlavi sempre, quando facevo all'amore con Tristano, e non ne volevo sapere di piantarlo per fare all'amore con te. Se lo saranno mangiato i pesci!

E mentre Egle parlava voltandogli la schiena, Bombita, ficcato il dito nel buco della sua toppa, ne aveva tirato fuori a poco a poco la collana, finchè era venuto alla luce lo smeraldo che il sole d'un tratto riempì di scintille abbaglianti. Poi, curvandosi appena, l'aveva con due dita tenuta sospesa sul capo di Egle, e a poco a poco, abbassando il braccio, gliela calò sul naso, finchè Egle la vide e ammutolì. Vide bene, Egle, che era una bella collana con una bella pietra verde tutta piena di verdi sfavillii; ma non la toccò, e, abbassato il capo, stette silenziosa e imbronciata a raspare con le unghie la terra tra i selci. Poi, vedendo con la coda dell'occhio che quella collana continuava a ciondolare all'altezza della sua fronte, con un gesto improvviso la strappò dalla mano di Bombita e se la nascose in grembo.

Bombita non parlò, non cercò che Egle si voltasse a guardarlo e a sorridergli, non aspettò nemmeno che lo ringraziasse, considerando quanto egli fosse più generoso e grande di Andromaco ed ella più fortunata di Rosina. Aveva appetito. Si alzò, e se ne andò di corsa, sicuro che Egle lo avrebbe aspettato anche un anno intiero là, seduta sotto la barca. Ma, mangiata alla svelta la zuppa, sarebbe ritornato fra un'ora.