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Egle, rimasta sola, allargò le ginocchia e guardò la collana dallo smeraldo che le stava ammucchiata in grembo. Non ebbe neppure un piccolo pensiero di gratitudine per Bombita, e poichè certamente una collana così bella costava più di sette soldi, forse dieci e anche venti, ella giudicò che Bombita doveva averla vinta ai giardini pubblici, giocando al giuoco della campana con qualche ragazzo signore ancora più stupido di lui. La prese fra le dita e incominciò a intrecciarla in mille modi, e spesso, allontanando da sè la mano e tenendola aperta contro il sole, guardava le belle luci di quella pietra verde che splendeva di mille luci diverse. Certo che cosa era il nastro dorato di Rosina in confronto di quella bella collana? Chi sa quanto tutte le sue rivali l'avrebbero invidiata, vedendola apparire nella corte con quello splendore al collo, e come si sarebbero consumate di rabbia perchè non ne avevano una che potesse valere quanto quella! Rosina avrebbe picchiato Andromaco, e forse Andromaco, stanco di buscarne da quella brutta civetta, si sarebbe deciso a fare all'amore con lei. Egle aveva posato lo smeraldo dinnanzi a sè sopra un sasso, perchè il sole lo illuminasse in pieno. Ella guardava l'acqua verde che ondeggiava sotto i fianchi delle navi e pensava che la pietra della collana era proprio verde come una goccia di quell'acqua.
Anche Porfirio guardava, appoggiato a una mezza botte, certi pescatori che risciacquavano le loro reti tutte piene d'erbe marine, e, vedendole gocciolare contro il sole d'oro, pensava quanto egli sarebbe stato ricco e felice se avesse conosciuto il segreto per trasformare quelle gocciole iridescenti in tante belle pietre preziose. Ma nel suo sacco, che stava posato floscio ai suoi piedi, non c'erano che stracci e un vecchio orologio a pendolo che da un pezzo aveva cessato di segnare il tempo. Anche Porfirio era vecchio come quell'orologio, e il suo cuore aveva da un pezzo cessato di battere al semplice richiamo delle illusioni. Era stato giovane come tutti gli uomini, e anche lui aveva avuto i suoi sogni. Ma quanto quei giorni felici erano ormai lontani! C'è chi sogna una donna amata, c'è chi sogna la gloria, c'è chi sogna la ricchezza, tesori nascosti, colpi di fortuna, eredità favolose, affari indovinati. Il sogno costante di Porfirio, durante tutta la sua vita, finchè la vecchiaia non aveva steso un velo opaco sulla sua immaginazione, era stato quello di trovare a un angolo di strada, camminando camminando, come faceva lui, da mattina a sera, di porta in porta, con il suo sacco in spalla e gli occhi bassi, qualche cosa di molto prezioso, che non gli costasse assolutamente nulla, perchè era roba trovata, e che, rivendendola, egli potesse ricavarne tutto guadagno.
Fra sè, il vecchio meditava sulla sua sfortuna, mentre quei pescatori, risciacquando le loro reti, pescavano le false gemme del mare. Il suo tubino calato sulla fronte, il naso arcigno, la pipa corta spenta fra i denti, la barba bianchiccia che gli pioveva giù dal mento sulla vecchia palandrana verde, stava fermo come una statua, incantato dalle magiche luci che saltavano sull'acqua. Ma quando alfine si riscosse, come se improvvisamente al vecchio orologio chiuso nel suo sacco fosse scoccata l'ora fatale, i suoi occhi furono attratti da ben altra visione. Accanto a lui era posata a secco una barca, mezzo rovesciata, con larghi squarci nel ventre e tutta spalmata di nero catrame. Ma di sotto quella barca spuntavano due piccole mani di bambina che giocavano con una pietra verde, simile a una di quelle scheggie di vetro verde, levigate dal mare, che si raccolgono lungo le spiagge. Senonchè quella pietra sprigionava lampi meravigliosi, come avrebbe fatto un vero smeraldo, tanto che al confronto l'acqua verde del mare pareva pallida e opaca. — Vecchia sgualdrina, pensò Porfirio indirizzandosi alla fortuna, quando finirai di tentarmi con i tuoi falsi miraggi? E, dato di piglio al sacco, sputò e fece due passi per andarsene lontano da quel luogo pieno di supplizi.
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Ma, fatti due passi, Porfirio si voltò. Egli non sapeva distaccarsi di là nel dubbio che quel falso smeraldo potesse essere invece uno smeraldo vero. Quanti non tradirono così la fortuna, proprio per averla disprezzata quell'unica volta ch'essa era realmente a portata della loro mano! E Porfirio, perplesso, non sapeva distogliere gli occhi da quella pietra verde che ora, posata sopra un sasso, splendeva ferma al sole; e avrebbe pagato non si sa quanto per sapere con certezza se era un pezzo di vetro verde oppure un vero smeraldo.
Egle intanto era già stanca di quella collana; già non le piaceva più. Poichè certo quella collana, con quella pietra così verde, era una bella collana; ma il nastro d'oro di Rosina era pure un bel nastro; e, come nastro, era senza dubbio tanto bello quanto la sua collana. Egle sarebbe stata mille volte più felice se invece della collana avesse potuto mostrare a Rosina un nastro dorato che fosse più bello del suo. Allora certamente Rosina sarebbe stata umiliata e non avrebbe più portato il nastro di Andromaco come se fosse il più bel nastro dell'universo.
Quando Porfirio, apparendo improvvisamente di dietro la barca, si fermò dinnanzi a lei, e le domandò: — Bambina, che cos'è quella pietra verde che ci giuochi? Egle lo guardò senza paura e rispose: — È una collana, non la vedi? E quando Porfirio, con la voce più buona del mondo e sorridendo amorevole, le disse: — Ah! come faccio a vederla se sono mezzo cieco? Dammela un momento che guardo che razza di vetro è quello... — Egle gliela porse tranquillamente, e si mise a grattar la terra con un sasso.