Porfirio accostò gli occhi allo smeraldo e lo scrutò per ogni verso, lo palpò col polpastrello di ogni dito, lo pesò sul palmo della mano e si mise a ridere. — Scommetto, disse, che l'hai pagato più di quattro soldi. Egle lo guardò con disprezzo e rispose pronta: — Quattro soldi? Più di venti, ne costa... — Per Dio! esclamò Porfirio, più di venti soldi? Se erano soltanto quindici, te lo ricompravo io.
Egle abbassò il capo. Quindici soldi! Forse con quindici soldi, forse anche soltanto con dieci, avrebbe potuto comprare un bel pezzo di nastro d'oro, più bello, più largo, più ricco del nastro che Andromaco aveva regalato a Rosina. Nella vetrina d'una bottega di merciaio, ne aveva veduti dei gomitoli immensi, tutti d'oro, oppure d'oro e argento intrecciati, che erano nastri non mai veduti altrove. Quindici soldi valevano forse quindici volte più di quella collana, che non aveva di bello se non quella pietra verde!
Porfirio sentiva il suo vecchio cuore scoppiare, e di sotto il tubino nero gli gocciolava sulla fronte un sudor freddo. Quello era proprio un vero smeraldo. Ma come la fortuna gli si mostrava fino all'ultimo avara! Quella stupida bambina lo aveva certamente trovato per via, e mentiva quando diceva d'averlo pagato più di venti soldi. Ma lui, Porfirio, nella migliore ipotesi, per averlo, avrebbe ora dovuto pagare almeno quindici soldi, anche se la bambina non ne avesse pretesi ad ogni costo venti. E così la sua gioia non sarebbe stata neppure quella volta piena ed intera.
Allora Porfirio afferrò il suo sacco per il collo, lo squassò e lo sbatacchiò per terra. Il vecchio orologio, risvegliato da quell'imprevisto sconquasso, digrignò i denti di tutte le sue ruote arrugginite e incominciò a battere come un tamburo. E Porfirio, spalancando gli occhi e soffiandosi furiosamente nella barba, disse con voce cupa:
— Bambina, lo vedi questo sacco? Lo senti questo tamburo che suona là in fondo? Questo è il sacco nero dove sta chiuso l'uomo nero, e questo tamburo è la pancia dell'uomo nero che ha fame di bambine vanitose e cattive che portano collane con una pietra verde. Ora guardalo che salta fuori e ti si mangia tutta in un boccone!
Quando Porfirio ebbe pronunciate queste spaventose parole, l'orologio nel sacco, stanco, si era già riaddormentato. Ma Egle coi capelli ritti fuggiva ancora gridando: — Mamma, mamma! e Porfirio non la rivide mai più.
***
Porfirio aveva la sua bottega in un vicolo triste dove non risplendeva mai raggio di sole. Era una stanzina umida piena di luridi stracci, di vecchi orologi, di scarpe sfondate, di ferramenta rugginose e di bottiglie vuote. Una bilancia stava appesa a un chiodo. In fondo, tra gli altri stracci, c'erano quelli che gli servivano da letto. Quando Porfirio si fu chiuso nella sua bottega e, acceso un moccolo di candela, aprì finalmente le dita che stringevano la bella collana di Daria, sembrò al vecchio che quelle nere pareti, tutte coperte di ragnatele, si illuminassero di una luce stupenda, come se per il tetto scoperchiato vi fosse piovuta dentro la luna in una notte serena. Ora egli poteva godere liberamente di quello splendore magico, inebbriarsene, e magari piangere di contentezza al pensiero che quello smeraldo era suo, assolutamente suo, e che non gli costava nemmeno un soldo. Sentiva, Porfirio, di non aver vissuto invano tanti anni ingrati a vuotare i guardarobe dei poveri, a frugare nelle immondezze, a raccogliere i rifiuti dei morti, se poi, in fondo a tanta miseria, doveva splendere per lui quello smeraldo meraviglioso che vinceva in fulgore la luce stessa del sole. Dio l'aveva infine premiato!
Porfirio non volle mostrarsi da meno del suo sublime benefattore, e quando il pensiero della Divina Provvidenza balenò alla sua mente eccitata, subito egli cadde in ginocchio; e senza staccare gli occhi dallo smeraldo che la fiamma tremula della candela illuminava in tutto il suo splendore, egli pregò a lungo, umilmente e in silenzio. Chi lo avesse veduto allora avrebbe pensato ciò che tutti falsamente pensano degli avari, e cioè che egli adorasse in ginocchio quello smeraldo. In realtà nello smeraldo di Daria Porfirio adorava unicamente Iddio. Poi si levò, e volle che una giornata tanto memoranda non avesse altro seguito. Se fosse stato un nume, avrebbe comandato al sole di anticipare il tramonto. Non essendo che un povero rigattiere, fece la notte per conto proprio, spense il moccolo, e stringendosi al cuore quella collana tanto amata, si coricò, per dormire, nel suo lettuccio di stracci. Ma il sonno non fu così ubbidiente come egli avrebbe voluto. I suoi occhi non potevano addormentarsi, come accade quando, in estate, coricati sotto un verde albero, un raggio di sole, attraverso il folto fogliame, cade a piombo sulle vostre palpebre chiuse. Quella luce che feriva gli occhi chiusi di Porfirio era un raggio verde smeraldo.
Alfine, senza accorgersene, egli si addormentò, e sognò tutta la notte, ma di quei sogni non conservò, al ridestarsi, alcun preciso ricordo. Appena riaperti gli occhi, egli si sentì felice. Ma prima di afferrare la ragione di quella felicità gli abbisognò di ricercarla a fatica per più d'un minuto. Quando l'ebbe afferrata, se ne rallegrò vivamente. Ma avendo già pagato il suo tributo d'entusiasmo alla propizia fortuna, tenne spenti i fuochi di fantasia e chiamò invece a raccolta le idee pratiche. Il grande affare di Porfirio in quel giorno e per molti giorni successivi, fu di cercare per le cantonate se qualcuno avesse perduta una collana con uno smeraldo e facesse appello all'onestà di chi l'aveva trovata per ricuperarla con la promessa di un premio. Porfirio si sentiva sicuramente superiore a un'onestà che per manifestarsi aveva bisogno di così fatte lusinghe. Ma avrebbe volentieri letto un manifesto concernente lo smarrimento di quella collana poichè quella collana poteva esser stata smarrita, ma poteva anche essere stata rubata; e Porfirio aveva fretta di risolvere con certezza questo dubbio grave, per sapere in che modo comportarsi nel commercio che pensava di farne.