Ma nessuno fece ricerche della collana di Daria. I muri delle case non suggerirono nulla a Porfirio, e Porfirio dovette affidarsi alla propria prudenza, che era in tutto degna di un savio suo pari. Egli dunque continuò a commerciare in stracci e in bottiglie usate, girovagando di porta in porta con il suo vecchio sacco sulle spalle, il tubino unto calato sugli occhi, e in tutti i suoi atti la solita modestia e semplicità. Il suo tesoro lo portava annodato in un fazzoletto e sepolto in una tasca misteriosa che s'apriva nella fodera della sua palandrana. Come tutti gli eroi, egli aspettava pazientemente la sua ora. Quando vedeva una bambina con un vestito scozzese, senza affrettare il passo imbucava la prima porta che gli si parava dinnanzi o voltava l'angolo della prima strada. Con un gesto naturalissimo si calava ancora più sul naso le falde del cappello, e così procedeva fiducioso che la sorte non avrebbe disfatto ciò che aveva fatto una volta. Ma una mattina, mentre avrebbe dovuto svegliarsi con il pensiero deciso di affrontare finalmente l'inevitabile quanto sospirata conclusione di quella strana avventura, il vecchio Porfirio non si svegliò. Un rigattiere suo concorrente gli chiuse gli occhi, che pur senza svegliarsi si erano aperti. Ed è importante sapere che egli fu seppellito nudo in una cassa d'abete.

***

L'autunno era trascorso: incominciò il grigio inverno. Io allora mi aggiravo per la mia casa, pallido come un morto, appoggiandomi ad un bastone, cercando a poco a poco di riconoscere le cose alle quali avevo già detto addio quando credevo che non le avrei più rivedute. La mia febbre era durata molte settimane, e quando alfine mi ridestai dal suo sonno malefico, tutti mi dissero che io, più d'una volta, avevo varcata d'un passo la soglia dell'al di là. Ma sempre il peso vivo dei miei vent'anni m'aveva tirato indietro, ed ero infine rimasto con quanti ad ogni costo volevano che non me ne andassi da quello che, per ironia, si chiama il banchetto della vita.

La stagione era triste, grigia, piovosa. Io non potevo arrischiarmi nè al vento, nè alla pioggia, nè all'aria gelida di novembre. Dalla finestra dietro la quale rimanevo per lunghe ore seduto, vedevo le colline deserte e squallide, i campi grigi, il bosco tutto giallo e nudo. Se dal cielo sempre nuvoloso un povero raggio di sole per un momento appena illuminava quel paesaggio invernale, si accendeva qua e là, sorridente, qualche raro cespuglio ancor verde, come una speranza subito soffocata di primavera. Il cielo non aveva più luna, non più stelle. Perciò quella stagione era senza notti. Era tuttavia piena di tenebre, che calavano assai presto e duravano a lungo, e costringevano tutte le cose ad una dolorosa cecità. Allora io mi rifugiavo accanto al fuoco, e l'immagine di Daria, quella di Clauss, quella di Sterpoli, disgraziato, mi visitavano, e si sedevano al mio fianco, rimanendo là mute ed immobili finchè io con uno sforzo non le mandavo via. Ma non appena se ne erano andate, bastava che distrattamente rivolgessi loro un pensiero, per vederle subito riapparire dall'ombra in cui erano scomparse, come se il loro compito fosse di tenersi sempre pronte a comparirmi dinnanzi ad ogni mio richiamo. La mia sola speranza era, prima di addormentarmi, di vedere la mattina dopo la neve candida e silenziosa posarsi sulle colline, sui campi, sui boschi.

Una di quelle sere si festeggiava il compleanno di Silvina. Eravamo tutti seduti intorno alla tavola imbandita. Mia madre, guardandomi più teneramente che mai, mi supplicava con gli occhi di sorridere un poco, e Silvina, vestita con un bellissimo abito nuovo di seta cangiante, non staccava mai le pupille da un anello di platino con un piccolo fiore di smalto azzurro che portava all'anulare destro, ed era il dono che le avevano fatto le sorelle insieme. Mio padre era stato in città tutto il giorno, e la diligenza era arrivata allora allora dinnanzi alla nostra porta, e s'udivano i cavalli nitrire, scalpitare e scuotere le loro squillanti sonagliere. Non aspettavamo che lui per incominciare il pranzo. Ed egli entrò ridendo, abbracciò la mamma, baciò tutti noi, e si fermò dietro a Silvina. Si frugò in tasca, e guardandoci uno per uno con occhi che esprimevano una gran meraviglia, ne trasse una collana adorna d'uno stupendo smeraldo. A quell'improvvisa apparizione io mi sentii tutto gelare il sangue e chiusi gli occhi per non vedere quello smeraldo; li chiusi per non vedere l'immagine alta e diritta di Daria che era apparsa al fianco di mio padre quando la luce verde dello smeraldo aveva brillato fra le sue dita. E quando li riaprii, Silvina aveva al collo quella collana, e la pietra verde splendeva sulla sua esile gola.

Mio padre disse onestamente:

— Deve essere roba rubata, perchè l'ho presa quasi per nulla.

Poi baciò in fronte Silvina e soggiunse:

— Neppure tua madre, un gioiello di questa bellezza, non l'ha avuto mai!