Allora guardai verso il fiume, vidi un cavallo libero che galoppava attraverso i prati, e subito lo riconobbi.

— Lasciami sedere sull'erba, mormorò Silvina.

La posai sull'erba e ripresi la mia corsa verso il fiume. Mio padre, seguito da altri uomini, apparve al di qua della siepe. Egli si fermò accanto a Silvina, e gli altri continuarono a correre dietro di me. Giunto in fondo al sentiero, là dove esso sale lungo l'argine, vidi quel giovane disteso immobile sulle pietre bianche del greto. Giaceva supino, le braccia aperte, la bella fronte macchiata di sangue rivolta al cielo che tutta l'illuminava.

— Presto! Presto! gridai spaventato. Portiamolo via di qui!

Lo prendemmo in quattro, lo sollevammo e incominciammo a portarlo. Non un gemito uscì dalle sue labbra. Il suo corpo era inanimato, e pesante della pesantezza che ha la morte. Quando giungemmo sulla strada, Silvina rientrava allora in casa, sostenuta da mio padre. Nemmeno si voltò.

Appena adagiato sul letto il ferito riaprì gli occhi, e li posò su mia madre, che con le mani gli teneva distesa sulla fronte una benda inzuppata d'aceto. A lungo le sue pupille estatiche, vaghe, stettero ferme su lei, che pure lo guardava con amore. Poi, richiuse le palpebre, si assopì. Mia madre annodò la benda intorno al suo capo, gli aggiustò i riccioli sulle tempie e dietro le orecchie, e ordinò a tutti di camminare in punta di piedi.

Fummo chiamati per il pranzo, ma il posto di Silvina rimase vuoto. Ella si era chiusa nella sua camera e non voleva mangiare. Uno per uno andammo a pregarla attraverso l'uscio, ma non rispose a nessuno. Quando mio padre l'aveva raccolta sull'erba, dove io l'avevo lasciata, Silvina piangeva. Il cavallo s'era imbizzarrito proprio passando accanto a lei, mentre ritornava per il sentiero a casa, dopo essere stata a cogliere fiori sull'argine. Il cavaliere era stato sbalzato di sella, s'era disteso senza un grido, e Silvina l'aveva creduto morto. Poi aveva temuto che il cavallo, galoppando per il sentiero, la travolgesse, si era messa a fuggire disperatamente, ed era anche caduta una volta, inciampando in un sasso. Allora l'aveva veduta mia madre dalla finestra, e fortunatamente noi avevamo potuto accorrere subito, soccorrere lei e il ferito. Ma Silvina, che nessuno aveva più veduto piangere da un pezzo, era stata presa da una crisi di singhiozzi, tanto era stato in lei lo spavento per quel tragico accidente. Mio padre era convinto di ciò che diceva, parlandone a tavola a noi tutti che lo ascoltavamo in silenzio.

Intanto fuori, lungo tutta la strada, avevano accesi i lampioncini di vetro bianco rosso e verde. E mentre la gente, andando da un mercante all'altro, incominciava appena ad alzare il tono della voce, e i ragazzi provavano le prime timide trombette e ridevano ai sibili ancora incerti delle lingue di Menelicche, le campane della chiesa maggiore, spalancando d'un tratto le loro gole sonore, soffocarono in un sol frastuono confuso e ondeggiante quei rumori, quelle voci, quei suoni ancora distinti e isolati. Allora chi volle salvarsi da quella sommersione dovette moltiplicare la voce. La strada si mise così in gara col campanile, e quando infine, stanco, il campanile tacque, la strada rimase piena di grida, di strombettii, di fischi assordanti, che da quel momento non si placarono se non a tarda notte.

III.

Io ritornai a sedermi dinnanzi alla porta, sotto il glicine, ma il mio pensiero non poteva distaccarsi da quel giovane che ora riposava sotto il mio tetto, dopo essere scampato miracolosamente alla morte. Lo rivedevo, con un brivido, disteso sulle pietre nude del fiume, mentre il suo irlandese impazzito caracollava solo per la campagna. La sua fronte macchiata di sangue riappariva continuamente, rossa, dinnanzi ai miei occhi. Allora non c'era stata ancora la guerra, e nessuno di noi aveva imparato a considerare con rassegnazione prima, poi con indifferenza le più crudeli immagini della morte, a pesare il dolore sul palmo della mano, come fa Amleto con il teschio di Yorik. Io ragionavo fra me della sorte che ci incombe, e come essa colpisca sempre con rapidità fulminea: improvvisa e inevitabile. Poi ragionavo anche del fatto che la morte sarebbe poca cosa, e forse per nulla orribile, se ad essa sopravvivessero le passioni dell'uomo; le sue speranze, i suoi sogni, cioè il suo spirito, il suo pensiero, la sua volontà, e tutto ciò fosse sensibile ancora e vitale dopo la morte.