Poi rivedevo Silvina, e veramente un'immagine fino allora sconosciuta di Silvina, allorchè s'era abbattuta fra le mie braccia tremante, pallida, e avevo sentito quanto fosse lieve il peso del suo corpicino, quanto fosse fragile la sua volontà che per la prima volta l'abbandonava, quel dominio di sè medesima che io non le avevo mai veduto smarrire, neppure per un istante, prima d'allora. Ma in quel momento il suo orgoglio l'aveva abbandonata d'un tratto. Aveva parlato con voce supplichevole, guardato me con tenerezza, atterrita per quel poco sangue che aveva rigato di rosso la fronte d'uno sconosciuto. Mentre correva tenendo le mani premute sul cuore, in quell'atteggiamento così doloroso e appassionato, il suo bell'abito scuro si agitava leggiero intorno alle sue gambe. Eppure ella aveva perduta ogni leggerezza, e quella corsa non somigliava affatto ad un volo.

Quest'immagine nuova di Silvina io l'accarezzavo struggendomi di tenerezza per lei, abbandonandomi a un senso vago di felicità, come se mi si fossero aperte improvvisamente le porte del suo cuore, che erano prima chiuse per me come per tutti gli altri. Ma nello stesso tempo io pensavo con tristezza che, purtroppo, se soltanto avessi tentato allora di avvicinarmi a lei con una carezza, chiedendole, in nome di quel momento di debolezza, di accogliermi nella sua intimità con amore, con confidenza di sorella, ella, ormai ridivenuta la Silvina d'ogni giorno, certamente mi avrebbe respinto con un sorriso ironico, forse anche con parole umilianti. E forse, adirata contro sè stessa per quello smarrimento d'un attimo, se ne sarebbe vendicata con crudeltà sopra di me, innocente.

Mi stupivano gli occhi delle ragazze che, passandomi dinnanzi a gruppi nella strada affollata, mi guardavano sorridendo. Mi stupivano i ragazzi che, vedendomi assorto, mi saettavano nelle orecchie le loro lingue sibilanti di carta, e poichè nè mi muovevo, nè mi mostravo adirato, nè li guardavo, non la finivano più, eccitati dalla mia indifferenza. Come la vita doveva essere facile per tutti, in quella sera di festa! Forse Silvina stessa, nascosta come sempre dietro le persiane della sua finestra, guardava curiosamente la gente passare, obliosa ormai delle lacrime di poco fa.

Presi la mia sedia e rientrai in casa. Senza salutare nessuno, posando appena un bacio silenzioso sulla fronte di mia madre, salii le scale, e, affacciatomi un momento alla stanza dove il ferito riposava, vidi al lume giallo di una veilleuse il suo respiro calmo nel sonno. Appunto nel corridoio, tra la sua stanza e la mia, raccolsi quel foglietto di carta ripiegato nel quale lessi la seguente lettera:

«Piccola prigioniera,

«io non sono che uno sconosciuto per voi: ho un nome oscuro e nessun potere in questo mondo, fuorchè quello della mia libertà. Questa libertà è tuttavia un potere estremamente incerto; ed io stesso non so come esercitarlo.

«Voi mi vedete passare ogni sera dinnanzi alla vostra casa ed io guardo su, dove siete quasi sempre affacciata. Avrete notato che spesso, per indugiare un istante sotto le vostre finestre, strappo un fiore o una foglia ai festoni di glicine che ricadono dalla veranda. Allora, mentre i miei occhi possono posarsi un poco più a lungo sulla vostra persona, penso che forse per voi la libertà è un sogno, e che a chi ve la offrisse in dono, la libertà, forse sapreste insegnare in che modo goderne.

«Vorrei chiedervi: c'è qualche cosa che veramente vi seduce oltre il limite della vostra vita presente? Chi fosse pronto a condurvi lontano, nel vasto mondo, lo accettereste voi per compagno? E sapreste trovare per questo compagno di libertà tanta luce per guardarlo con amore? Curiose domande, lo so bene, con le quali rischio di perdervi per sempre, voi che già mi siete più cara della vita! Ma se le mie parole non vi sembrano vane, abbiate la bontà di portare un fiore rosso alla cintura, ritornando domani in quello stesso luogo dove il caso vorrà che io possa lasciar cadere ai vostri piedi questa mia prima lettera.

Silvio».