Questa lettera non portava data alcuna. Io m'era chiuso in camera mia, e, lette le ultime parole, caddi in uno stato di meditazione fantastica dalla quale non mi riebbi che molto tempo dopo. — E ora, pensai ripiegando quel foglio, che cosa debbo fare? Chi ha smarrito questa lettera? Silvio o Silvina? E pensai: — Oggi non le ho veduto nessun fiore rosso alla cintura.
Procedevo senza logica, con ragionamenti saltuari, perchè la commozione era così grande in me che io non sapevo dare un ordine ai miei pensieri. Se mi fossi abbandonato al mio cuore avrei pianto dirottamente. — Innamorata, pensavo, lei, Silvina! Uno che passa potrà dunque portarsela via, lei così debole, piccola creatura capricciosa che si crede tanto forte! Uno qualunque, soltanto perchè veste con eleganza, e cavalca un bel cavallo irlandese, e ha un viso pallido e riccioli neri, potrà portarsela chi sa dove lontano di qui. E lei che non guarda con amore nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno me che l'adoro, nemmeno suo padre che si farebbe uccidere per lei, guarderà con amore lui solo, questo sconosciuto, questo vagheggino che non è nulla per nessuno, che non sarà mai nulla per noi! Gualcii rabbiosamente la lettera che tenevo ripiegata fra le mani e gridai: — Stupida lettera, piena soltanto di sciocche frasi, di lusinghe ridicole! Maledetta! Dovevo proprio io raccoglierti! Dovevi cadere nelle mie mani! Poi pensavo che forse il caso non era stato tanto infame, perchè meglio nelle mie mani, quella lettera, che nelle mani di mia madre, o nelle mani di mio padre, o di qualunque delle mie sorelle. Infine mi fermai su questa vaga speranza: che essa fosse caduta dagli abiti di Silvio mentre lo trasportavano e che Silvina non ne sapesse assolutamente nulla.
Allora considerai con più benevolenza quel giovane e anche con una leggera punta d'ironia, perchè pensai: — Eccoci tutti uguali, noi di questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni dalle minime cose! Che cosa spera costui da Silvina? Si offre come un salvatore, ma chiede aiuto. A chi? A Silvina. E perchè? Perchè lo ha guardato con quei suoi occhi gelidi, con cui guarda tutte le cose. Il mondo non gli sembrava abbastanza vasto per i suoi sogni ambiziosi, e d'un tratto ha scoperto che questo mondo immenso e piccolissimo è tutto in suo potere, di lei quando si degnerà di sorridere. Stupido ragazzo! Se tu avessi sofferto come me, e sperimentato come me il sorriso d'una donna, che specie di felicità s'irradi da due occhi che ti guardano con amore, altro che fidarti nell'aiuto di Silvina! Povera piccola! Così stupida, in fondo, anche lei! Silvina! In fondo, nemmeno una donna...
IV.
Queste e molte altre cose io dovetti fantasticare e a lungo, poichè la strada era ritornata silenziosa. Soltanto pochi lumi superstiti davano ormai gli ultimi loro guizzi rossi bianchi o verdi, ed io me ne stavo ancora là con quella lettera tra le mani, senza aver nulla deciso. Da un pezzo avevo udito mio padre dare il catenaccio alla porta, poi salire le scale col suo passo pesante e cadenzato; la sua voce aveva risonato nel corridoio e poi s'era allontanata a poco a poco verso l'altra estremità della casa. Mia madre anche s'era ritirata nella sua camera, dove di quando in quando l'udivo ancora muoversi, aprire e chiudere mobili: segno che aveva allora finito di riepilogare con Marta, la nostra vecchia serva, i conti della giornata, e ora si preparava a coricarsi. Marta, con i suoi zoccoli di legno, che destavano echi sordi per tutta la casa, aveva sceso e salito due o tre volte la scala, riempito d'acqua le brocche, raccolte tutte le scarpe dinnanzi agli usci, e poi se ne era andata a dormire. A vegliare il ferito avevano lasciato Battista, perchè a lunghi intervalli lo sentivo tossire nella stanza vicina. Mi riscossi e m'affacciai un momento alla finestra. La finestra di Silvina era buia e chiusa. Poi spensi il lume e la luce bianca della luna inondò la mia stanza.
Aperto adagio adagio l'uscio, mi bastò di fare un passo nel corridoio per vedere il raggio di luce che spartiva l'uscio socchiuso della stanza dove riposava Silvio, e Battista vegliava. Ma occorse un minuto di più perchè i miei occhi, non ancora abituati al buio, scoprissero contro quella fessura illuminata il contorno appena distinto di un'ombra. L'imposta lentamente lentamente s'apriva, e quindi lo spiraglio illuminato s'andava allargando a poco a poco, ed anche la striscia di luce gialla sul pavimento s'allargava e s'allungava nel buio. E quando fu larga quanto una mano, allora, nella penombra pallidissima che si diffuse intorno a quella striscia di luce, senza stupore, come se avessi saputo di trovarla là in quel momento, riconobbi Silvina. Silvina! Era scalza, ma vestita e pettinata come in pieno giorno. Con il viso appoggiato contro il battente, ella guardava nella stanza illuminata, e fra lei e il letto doveva levarsi qualche ostacolo opaco, perchè, per vedere, ella doveva allungare il collo ed alzarsi sulla punta dei piedi. Finalmente sospirò e rimase un buon tratto senza muoversi. Poi si staccò un poco dall'uscio, si piegò sulle ginocchia e incominciò a cercare qualche cosa per terra, aguzzando gli occhi e spazzando il pavimento con le mani. Fu allora che, nel voltarsi, ella vide la mia ombra nel buio. Vide la mia ombra e si alzò in piedi di scatto.
— Ah, sei tu? mormorò con accento irato. Che cosa vuoi da me? Perchè mi spii?
Non si muoveva Silvina. Non cercava di fuggire. Poichè volgeva le spalle alla poca luce della fessura, il suo viso era completamente buio. Ma io sentivo su di me i suoi occhi pieni d'odio, che mi guardavano dall'ombra.
— Andiamo! dissi. Non facciamo troppo chiasso qui. Vieni nella mia stanza. Ti debbo parlare...
La presi per un braccio e la trascinai. Chiusi la porta, e la costrinsi a sedere sul mio letto. Poi, rimanendo in piedi dinnanzi a lei e guardandola fissamente: